Sclerosi multipla: effettuato il primo trapianto di cellule staminali


In occasione dell’Assemblea nazionale Pontificia Accademia per la vita, è stata annunciata l’effettuazione di una sperimentazione clinica che prevedeva il trapianto di cellule staminali umane nella cavità del ventricolo laterale cerebrale di tre pazienti affetti dalla forma più grave di sclerosi multipla, quella secondaria progressiva.  La sperimentazione – avviata dall’Associazione RevertOnlus e l’Irccs Casa Sollievo della Sofferenza, in collaborazione con la Fondazione cellule staminali di Terni, l’Azienda ospedaliera Santa Maria di Terni, lo SwissInstitute for Regenerative Medicinee l’Ospedale di Lugano – è un percorso lungo e complesso, ha ammesso Angelo Luigi Vescovi, direttore scientifico dell’Ospedale Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo, «ma – ha aggiunto – la conclusione del trapianto sul primo gruppo di pazienti è un segnale positivo che rappresenta un nuovo traguardo per la ricerca scientifica italiana verso la cura delle malattie neurodegenerative. Per quanto si tratti di una sperimentazione di fase I, abbiamo costruito il disegno sperimentale in modo da avere qualche probabilità di potere evincere eventuali effetti terapeutici». I pazienti, ha assicurato, sono sotto controllo e non sono stati rilevati effetti collaterali. Si attende ora il via libera da parte del comitato scientifico indipendente per procedere con la sperimentazione su altri 15 pazienti.


Una chance per i “fuori corso”


Dall’Università di Firenze un incentivo che potrebbe invertire la tendenza

L’Università degli studi di Firenze a partire dal prossimo anno metterà in palio un assegno, 550 euro, per gli studenti che completeranno gli studi senza andare fuori corso. 1.100 le borse di studio disponibili, ripartite fra i corsi di laurea in base alla percentuale di laureati. 56 borse di studio per Scienze dell’educazione, con 52 Economia aziendale, con 50 Infermieristica e 46 Medicina. A scalare, tutte le altre discipline, nessuna esclusa. Al bando potrà partecipare ogni studente dell’ateneo fiorentino, purché non fuori corso, laureato fra novembre 2017 e dicembre 2018 che si sarà candidato entro il 31 gennaio 2019. Le graduatorie saranno pubblicate a marzo. Secondo i calcoli circa un 30% dei ragazzi che si candidano dovrebbe ricevere il bonus.
Oltre al prerequisito del non essere fuori corso, l’Università di Firenze terrà in considerazione «il voto di laurea, la media ponderata degli esami e la condizione economica dello studente in base all’Isee – ha spiegato il rettore Luigi Dei a Repubblica – In caso di ex aequo, il premio sarà assegnato al candidato con l’età più bassa».
Il fenomeno degli studenti universitari fuori è un fenomeno non solo italiano, ma di certo estremamente preoccupante. Tra i Paesi Ocse siamo i penultimi per numero di laureati, il 18% contro il 37% della media dati 2017) senza dimenticare il fenomeno dei Neet. Essere fuori corso può comportare ad una maggiorazione delle tasse universitarie fino al 50%, incentivando così anche il fenomeno degli abbandoni. L’augurio è che Firenze possa fare scuola.

 


“Tutto va ben, madama la marchesa”


di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Proviamo a mettere in ordine i conti (dell’Istat) per capire cosa sta accadendo nel Belpaese. Nel primo trimestre 2018 l’indebitamento delle Amministrazioni Pubbliche è sceso dello 0,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, con un conseguente calo dell’incidenza del deficit sul Pil. Bene, si dirà. Il dato positivo, però, non dipende da una riduzione della spesa (che è invece aumentata dello 0,2% senza essere peraltro riqualificata), quanto da maggiori entrate (+1,3%) che bilanciano, in positivo, i saldi.  La notizia, quindi, diventa materia da addetti alla ragioneria e non impatta in alcun modo sulla vita delle persone.
Sempre l’Istat ci dice che nonostante l’incremento delle entrate, nello stesso periodo, la pressione fiscale è diminuita, sebbene di solo “zerovirgolaqualcosina”. Una riduzione imputabile, però, alla crescita del Pil e non a un’effettiva riduzione delle tasse. Quindi, anche in questo caso, si tratta di un “effetto ottico” e non c’è stato alcun miglioramento delle condizioni di “spremitura” degli italiani da parte del fisco.
L’Istituto di statistica registra, inoltre, una diminuzione del potere d’acquisto delle famiglie (-0,2%). Famiglie che spendono qualcosina in più in consumi, facendo leva, però, sui risparmi. “Tutto va ben, madama la marchesa”: tranne che ci sono 5 milioni di poveri, che cresciamo al ritmo delle lumache, che i lavoratori faticano sempre più ad arrivare a fine mese e che la maggior parte dei giovani si devono accontentare di lavoretti. E mentre molti dei nostri ragazzi più qualificati sono andati all’estero in cerca di condizioni professionali migliori, abbiamo accolto masse d’immigrati “poco qualificati” destinati, come ci ricorda sempre l’Istat, a ingrossare le fila dell’esercito dei nostri poveri.
Molti di quelli che oggi fanno le “predicozze” sui populisti al governo, sono quelli che propinavano le ricette economiche e sociali che ci hanno portato alla situazione attuale.  Quali riforme effettivamente riuscirà a fare il “governo del cambiamento” lo sapremo strada facendo. Abbiamo fiducia ma siamo anche pronti a cambiare opinione. Nel frattempo, prendiamo atto, che qualche risultato è stato portato a casa: si sta mettendo uno stop al business dell’immigrazione e l’Italia ha recuperato voce tra i partner europei. Vi pare poco? A noi no.


Viareggio, nove anni dopo


di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Ricorre oggi l’anniversario della strage di Viareggio. È la notte del 29 giugno del 2009 quando un treno merci con quattordici cisterne cariche di Gpl, partito da Novara verso Caserta e giunto nei pressi della stazione toscana, deraglia trascinando i vagoni carichi di miscela esplosiva fuori dai binari. Poco dopo, lo schianto innesca l’incendio e con esso le esplosioni che devastano il cuore della città. L’incidente provoca 32 vittime assalite dal fuoco o investite dal crollo degli edifici, due decessi per infarto e 25 feriti. In seguito alle indagini della Polfer per conto della Procura di Lucca la causa della tragedia viene identificata nel cedimento strutturale di un asse del primo carro-cisterna deragliato, che provoca il ribaltamento della cisterna stessa, il suo impatto con un elemento dell’infrastruttura ferroviaria e quindi la fuoriuscita del gas liquido ed i conseguenti incendi ed esplosioni. Ma alla base di tutto c’è un fattore più profondo, come affermano i giudici nella sentenza di primo grado, ottenuta a distanza di otto anni, nel 2017, ossia le manutenzioni inadeguate da parte delle società coinvolte che hanno “ottenuto vantaggi consistenti nel risparmio economico derivato dalla omissione di interventi di carattere tecnico”. In sintesi l’incidente – affermano i giudici – si poteva e doveva evitare “attraverso il rispetto di consolidate regole tecniche” che non sono state osservate per ottenere più profitti. Le imprese condannate sono la multinazionale Gatx, ed in particolare Gatx Rail Austria e Germania, Jungenthal Waggon, Trenitalia ed Rfi. 25 le persone dichiarate colpevoli a vario titolo per disastro ferroviario, omicidio colposo plurimo, incendio e lesioni colpose: le pene più severe per dirigenti e tecnici di Gatx e Jungenthal, responsabili dei problemi di meccanica, condanne a 7 e più anni di carcere per i vertici del sistema ferroviario italiano dell’epoca dei fatti: Michele Mario Elia, Mauro Moretti e Vincenzo Soprano. Della tragedia restano nella memoria particolari tristemente indimenticabili: i funerali di Stato di alcune delle vittime, ai quali partecipò una folla di almeno 30.000 persone; le iniziali difficoltà degli inquirenti nell’individuare degli indagati e le manifestazioni popolari a chiedere risposte; lo Stato che rinuncia a costituirsi parte civile; la battuta di Moretti che in Senato liquida la tragedia derubricandola a “spiacevole episodio”; il licenziamento del ferroviere Riccardo Antonini, “colpevole” di aver svolto attività di consulenza gratuita in favore delle famiglie delle vittime. Nonostante siano stati individuati dei responsabili ed emesse delle sentenze, resta la sensazione di una giustizia negata, in un sistema – ferroviario e non solo – sempre più privatizzato e liberalizzato che continua a preferire il profitto alla sicurezza dei lavoratori e degli utenti.


Fallo di reazione: ennesimo avvertimento dall’Eurotower


Udite, udite: la Bce è preoccupata per i rischi di una revisione della riforma delle pensioni in Italia.
Nel bollettino economico dell’Eurotower, in un articolo dedicato all’invecchiamento della popolazione e ai costi previdenziali, è scritto che «in alcuni Paesi (per esempio Spagna e Italia) sembra esserci un elevato rischio che le riforme delle pensioni adottate in precedenza siano cancellate».
Le sirene della Controriforma europea non si placano e non sorprende, oggi, l’ennesimo avvertimento al “governo del cambiamento”: non osi toccare la Fornero, o potrebbero essere guai. Si tratta di un vero e proprio fallo di reazione da parte della Bce: l’Italia elegge un esecutivo deciso a contrastare l’Europa dell’Austerity, la quale, piccata dallo schiaffo delle urne, sfodera le sue contromosse e lancia i suoi moniti. Sul fronte dei conti pubblici, la Bce ha chiarito che «è necessario proseguire gli sforzi di risanamento delle finanze pubbliche nel pieno rispetto del Patto di stabilità e di crescita, in particolare, per i paesi con alti livelli di debito sono indispensabili ulteriori sforzi di consolidamento per condurre stabilmente il rapporto fra debito pubblico e Pil su un percorso discendente». La bacchettata al nostro Paese è evidente.
Lungi dal recepire il grido lanciato dall’elettorato italiano il 4 marzo, l’Europa continua a tracciare una strada fatta solamente di numeri, tabelle e avvertimenti: una strada ben distante dall’Italia reale, dalle sue esigenze, dal suo bisogno di slancio, respiro, cambiamento. Il Paese ha chiesto a gran voce di rivedere la riforma pensionistica del 2011, che alle persone – quelle in carne ed ossa – costa cara: «la revisione della legge Fornero avverrà entro l’anno», ha spiegato la settimana scorsa il vicepremier e ministro degli Interni Matteo Salvini, aggiungendo che «aspettiamo che i ministri abbiano gli uffici e poi cominciamo a smontare la legge Fornero con l’introduzione della quota 100» per andare in pensione.


Famiglie, giù il potere d’acquisto nel primo trimestre


Nel corso del primo trimestre del 2018 i consumi sono aumentati più dei redditi, comportando una flessione sia del potere d’acquistoche della propensione al risparmio delle famiglie. È questo il quadro che si delinea osservando le ultime rilevazioni dell’Istat diffuse oggi. Osservando più da vicino i dati, infatti, si può notare come il reddito disponibile lordo sia aumentato di appena 0,2% (rallentando rispetto alla fine del 2017), non riuscendo quindi a tenere il passo dei consumi, per i quali il deflattore implicito registra un +0,4%. Di conseguenza il potere d’acquisto è diminuito, rispetto al trimestre precedente, dello 0,2%.  Più ampia la flessione che ha interessato la propensione al risparmio: «calcolata come rapporto percentuale tra il risparmio lordo e il reddito disponibile lordo corretto per tener conto della variazione dei diritti netti delle famiglie sulle riserve tecniche dei fondi pensione, nel primo trimestre 2018 è stata del 7,6%, in calo di 0,5 punti percentuali rispetto al trimestre precedente», si legge nella nota. Anche in questo caso, la flessione è legata in larga parte alla discrepanza tra il +0,8% che ha interessato la spesa per consumi finali e lo scarso incremento del reddito lordo disponibile: +0,2%.

 


Verso il rilancio di Almaviva a Palermo


Cisl, Uil ed Ugl di categoria hanno firmato l’accordo sull’esodo in Almaviva che segue l’altro sul cosiddetto Piano qualità, volto a migliorare l’efficienza e la produttività del personale con una serie di strumenti. L’intesa sottoscritta prevede il riconoscimento di una buonuscita più uno scivolo di 20mila euro ed è strettamente legata al volume delle commesse. Il meccanismo individuato prevede due opzioni, fermo restando una soglia di 200 dipendenti aderenti volontariamente al piano di esodi incentivati. Al di sotto di questa soglia, il piano andrà avanti senza ulteriori verifiche. Al di sopra di questa soglia, sarà necessario un ulteriore step, in quanto molto dipende dalle commesse che Almaviva Contact riuscirà a mantenere. Se le commesse rimarranno in capo ad Almaviva Contact, si definirà come procedere ulteriormente; se, viceversa, qualche altro soggetto dovesse vincere le commesse, i lavoratori saranno tutelati dalle clausole sociali.


Infortuni mortali sul lavoro, inizio d’anno devastante


 Il calo del 2017 è solo in parte l’effetto di atteggiamenti virtuosi delle aziende

Inizio d’anno decisamente pesante sul versante delle morti sul lavoro. Nei primi cinque mesi del 2018, sono giunte all’Inail ben 389 denunce di infortunio mortale; rispetto allo stesso periodo dello scorso anno si tratta di un incremento del 3,7%. Il dato è contenuto nel rapporto annuale sul fenomeno degli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, appena presentato dall’Inail. Ad una lettura affrettata, il consuntivo 2017 potrebbe apparire fuorviante. L’Inail, infatti, dice due cose: la prima è che gli infortuni mortali sono al minimo storico con 617, il 58% dei quali fuori dall’azienda; la seconda, però, è che le denunce di infortunio mortale inoltrate all’Inail nel corso dell’anno appena passato sono state 1.112. Conseguentemente, la pur positiva riduzione degli infortuni mortali accertati è soltanto in parte dovuta ad un miglioramento delle condizioni di lavoro, in quanto quasi 500 denunce sono archiviate come non infortuni mortali sul lavoro, anche se poi, purtroppo, le persone sono decedute ugualmente. Dietro la riduzione degli infortuni vi è, pertanto, un fattore amministrativo da non sottovalutare. Discorso simile anche per gli infortuni non mortali: le denunce presentate sono state 614mila, quelle accolte 417mila (circa il 68%). Calano su base annua le denunce di malattia professionale che sono state 58mila, il 25% rispetto al 2012. 726mila, infine, le rendite per inabilità permanente e ai superstiti.

 


Il fantastico mondo del Csc


di Francesco Paolo Capone

Segretario Generale Ugl

Si sostiene nel Rapporto del Centro studi di Confindustria che «l’impennata» registrata dai contratti a termine non profila «per ora un aumento strutturale della precarietà del lavoro». Nel 2018 per il Csc l’occupazione totale salirà, ma con intensità inferiore rispetto al Pil, del +0,6% per toccare il +0,7% nel 2019.
Osservando il sistema in termini quantitativi e fermandosi alla dicotomia disoccupazione/occupazione, sarebbe difficile contestare le conclusioni del Csc e i moniti espressi oggi dal presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia. Quest’ultimo ha affermato che sarebbe un «un errore» intervenire sui contratti a termine, così come intende fare il ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, perché «l’occupazione non si genera irrigidendo le regole».
Si può anche arrivare a comprendere il punto di vista degli industriali, sebbene quelli “grandi” per dimensione e costituzione dovrebbero essere più attrezzati, rispetto ai piccoli e medi, a stare su un mercato il quale, dalla crisi del 2008 in poi, ha costretto le aziende a navigare in un oceano di incertezza. Un’incertezza che le stesse hanno tentato, chiesto e ottenuto fosse “condivisa” anche con chi era costituzionalmente più debole, cioè le lavoratrici e i lavoratori e di conseguenza le famiglie. Negli anni, mano a mano, sono state tolte, su espressa richiesta dei Presidenti di Confindustria, senza alcuna eccezione, ai Governi di turno garanzie al lavoro e ampliata a dismisura la flessibilità, diventata precarietà – ecco l’aspetto qualitativo – ovviamente non dal punto di vista delle imprese, ma di chi uno stipendio a casa lo deve portare e con quello fare fronte a impegni molto onerosi. Nella convinzione, evidentemente ancora oggi inossidabile, che le tutele equivalessero a rigidità e che la rigidità bloccasse le assunzioni, è stato buttato senza adeguati salvagente nello stesso oceano di incertezza tutto il ceto medio e intere famiglie, che non a caso hanno fermato il mercato interno ridimensionando gli acquisti, fino a “scoprire” ieri che 1 milione e 778mila di esse si trovano in uno stato di povertà assoluta. La flessibilità non ha inciso in maniera rilevante, così come era stato predicato dai suoi sostenitori, né sul livello di occupazione ma soprattutto sulla disoccupazione, sia dei giovani sia delle donne del Sud in particolare, che resta molto alta anche a detta del Csc. L’aver disarticolato l’articolo 18 e il contratto a tempo indeterminato non ha convinto le imprese a utilizzare i contratti cosiddetti stabili. Per questo si ha oggi la sensazione di vivere in una dimensione totalmente diversa da quella osservata dal Csc, una diversità che si riflette totalmente nel voto espresso dai cittadini italiani il 4 marzo scorso e anche nelle recenti amministrative.


Da pensionata, la Fornero difende con i denti la sua riforma


Il governo, però, tira dritto perché pensioni e lavoro sono strettamente collegati

La neo pensionata Elsa Fornero difende la riforma della previdenza che porta il suo nome, dando ragione al presidente della Confindustria, Vincenzo Boccia, secondo il quale «le pensioni sono una questione, ma non possono essere un tema prioritario per il Paese», come invece lo sono il lavoro e i giovani. La ex Ministra del lavoro ai tempi dell’esecutivo Monti ha anche aggiunto: «Nulla vieta che in un’ottica di continuità con il governo Gentiloni si possa fare un recupero di flessibilità, in particolare per le categorie più disagiate, mettendo i costi a carico della collettività». In altri termini, la Fornero, piuttosto che vedersi cancellata dall’elenco delle norme vigenti in Italia, sponsorizza un rafforzamento dell’Ape sociale. L’attuale governo, però, sembra deciso a percorrere una strada diversa, recuperando il sistema delle quote, la somma fra anzianità contributiva ed età anagrafica, un meccanismo sicuramente equo e che ridà la necessaria flessibilità in uscita, condizione necessaria per favorire il ricambio generazionale nel mondo del lavoro. Del resto, andando ad analizzare i dati sugli occupati distinti per fasce di età, emerge chiaramente come l’innalzamento dell’età pensionabile abbia inciso in maniera decisa: a fronte di un aumento della disoccupazione giovanile, l’occupazione cresce fra i lavoratori maturi, costretti a rimanere in servizio almeno tre anni in più rispetto al preventivato.