Gramellini e il tramonto dell’Occidente


di Francesco Paolo Capone

Nell’editoriale apparso oggi sul Corriere della Sera, Massimo Gramellini affronta il tema denatalità prendendo spunto dalla recente notizia sull’aumento dell’infertilità fra gli uomini occidentali attestata da uno studio dell’Università di Gerusalemme.
Gramellini arriva a dire, e non si può che concordare, che sarebbe giusto ed opportuno che una questione di tale gravità desse vita a cortei e manifestazioni, come sarebbe avvenuto se sotto minaccia di estinzione ci fossero stati, anziché gli Occidentali, i pappagalli della Nuova Zelanda o qualsiasi altra specie del regno animale. L’editorialista nota il silenzio che circonda, a suo avviso, una simile preoccupante notizia.
Al contrario, sembra invece inconsueta l’attenzione che, in questo caso come in altri, la sinistra nostrana sta ultimamente porgendo al tema della denatalità, argomento che fino a pochi anni fa era considerato un tabù.
Se dovessimo datare l’inversione di rotta della sinistra, ci potremmo riferire alla campagna sul “Fertility Day” avviata dal ministro Lorenzin lo scorso autunno, caratterizzata da grossolani errori comunicativi, seguita da diverse dichiarazioni più o meno imbarazzanti di vari esponenti dei partiti di governo sul tema, fino al recente “dipartimento mamme”.
Errori forse dettati dal fatto che, fino a poco tempo fa, il guardare con preoccupazione alla prospettiva dell’estinzione di Italiani ed Occidentali, veniva considerato dalla sinistra – ed ancora oggi da alcune frange estreme – espressione di becero sciovinismo verso un non-problema, anziché, come dovrebbe essere, normale disappunto per la crisi profonda in cui versa la nostra civiltà.
Una crisi demografica così profonda non può essere spiegata solo in termini di economia, non riguarda solo i dati su Pil e occupazione, non si esaurisce neanche nel bisogno di più welfare e tutela dell’ambiente e della salute. È innanzitutto determinata dalla perdita della propria identità.
Noi che di questi temi ci siamo sempre occupati e che non ci siamo mai vergognati di augurare lunga vita agli Italiani ed agli Occidentali, lo abbiamo sempre sostenuto. L’orgoglio nazionale, il sentimento di appartenenza ad una civiltà, quella europea, ricca di errori ma anche di grandi conquiste, è stato per decenni demonizzato, interpretato solo nei suoi aspetti peggiori. Ora che gli effetti di questa interpretazione distorta si stanno realizzando appieno, purtroppo, non si può più nascondere il problema.
Un’intera generazione di Occidentali e di Italiani si percepisce, più o meno consapevolmente, come sradicata e priva di futuro. Occorre invertire questa tendenza con un progetto complessivo di sviluppo, non solo economico, ma anche sociale e soprattutto valoriale, che riesca ad infondere nuova speranza, che restituisca dignità e significato al nostro essere comunità ed al legittimo orgoglio di farne parte.


In Italia è record di precari


di A.D.

Massimo storico di precari per l’Italia: con 2,69 milioni di lavoratori a termine, il nostro Paese raggiunge il record da quando sono disponibili le serie storiche Istat, cioè dal 1992. Ma il dato non preoccupa il governo che, invece, esulta per la riduzione del tasso di disoccupazione all’11,1% a giugno. Basta lo 0,2% in meno sul mese per portare il premier, Paolo Gentiloni, a scrivere su Twitter che ci sono “Buone notizie sul lavoro”, mentre il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, dichiara in una nota stampa: “Al di là delle oscillazioni mensili, questo mese di segno positivo, il dato incoraggiante è la conferma della costante crescita di medio lungo periodo dell’occupazione e della contestuale diminuzione dei disoccupati e degli inattivi”.

Addirittura, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Maria Elena Boschi, si chiede su Facebook: “Qualcuno può ancora negare il successo del #JobsAct?”. La risposta è: “Sì”.

I tassi restano a livelli preoccupanti (35,4% di giovani disoccupati e solo il 48,8% delle donne occupate), e si acuisce il problema, ormai strutturale, della qualità pessima dei nuovi posti di lavoro: l’Istat rileva infatti “una crescita di 23mila unità su base mensile, dovuta esclusivamente al rialzo dei dipendenti a termine, aumentati di 37mila unità”. Inoltre, a differenza di quanto afferma Poletti, il dato registrato a giugno non può essere letto “al di là delle oscillazioni mensili” visto che è evidente come un calo a ridosso dell’estate sia imputabile all’ incremento di posti di lavoro temporanei per l’avvio della stagione turistica. Bel successo.


Fincantieri-Stx: a Roma il match sul futuro della cantieristica europea


di Annarita D’Agostino

C’è grande attesa per l’incontro di domani a Roma fra il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, e il ministro dell’Economia francese, Bruno Le Maire: sul tavolo, il futuro della cantieristica europea, dopo la nazionalizzazione ‘tecnica’ di Stx France decisa dal presidente francese, Emmanuel Macron, per evitare che Fincantieri acquisisca la proprietà dei cantieri di Saint-Nazaire.

Il governo italiano sceglie la strada della fermezza: “Abbiamo detto ai francesi che noi senza il controllo non la prendiamo e martedì ridiremo ai francesi che senza il controllo non la prendiamo” ha dichiarato Calenda, spiegando che la posizione del governo italiano ha “due ordini di ragioni: la prima perché ci vuole il controllo per gestirla, la seconda perché è una questione di dignità nazionale”. Posizione che ricalca quanto dichiarato da Padoan al quotidiano francese Les Echos all’indomani della decisione di nazionalizzare: “Non c’è alcun motivo per cui Fincantieri non possa controllare il 51% di Stx in Francia. Mi sembra che questa contorsione non possa spiegarsi che con mancanza di fiducia verso i partner italiani”.

Anche il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, afferma che su Stx “l’Italia non farà un passo indietro. Non è accettabile che ci possa essere una maggioranza coreana al 66% e non una maggioranza italiana. Su questo non ci muoveremo di un millimetro ma speriamo invece che, aprendo anche a un ragionamento più approfondito sulla parte militare, possa esserci un accordo complessivo”. E’ infatti sulla cooperazione in ambito militare che si gioca la possibilità di ricucire lo strappo: al Journal du dimanche, Le Maire ha dichiarato di essere pronto ad un “gesto di apertura” in tal senso, “finora siamo rimasti alla cooperazione nel settore civile, la realizzazione di navi da crociera; ora diciamo agli amici italiani di guardare a quello che possiamo fare in campo militare e costruire un grande campione della cantieristica europea”.

Intanto, l’affaire Fincantieri-Stx anima anche il dibattito politico interno italiano dopo la difesa renziana di Macron (“sta facendo l’interesse del suo Paese, io non ho nulla contro di lui”). Replicano le opposizioni: “Renzi dice che il caso Fincantieri – Stx France è la conseguenza di un governo francese forte e di un governo italiano debole. Per una volta sono d’accordo con lui: Macron è stato eletto dal popolo francese, mentre Gentiloni è il quarto premier abusivo (dopo quello non meno abusivo di Renzi) senza legittimità popolare piazzato a Palazzo Chigi da giochi di palazzo” scrive Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, su Facebook. Sul tavolo, domani, non ci sarà solo il futuro della cantieristica europea, ma anche l’orgoglio, o meglio, gli orgogli nazionali.


Sanità, in aumento italiani che rinunciano a cure


di Claudia Tarantino

La spesa sanitaria nel 2016 è arrivata a 37,3 miliardi di euro, ma è sostenuta in grandissima parte direttamente dalle famiglie.
E’ quanto emerge dal settimo Rapporto RBM-Censis sulla sanità pubblica, privata e intermediata, presentato in occasione del Welfare Day 2017 con il patrocinio del Ministero della Salute.

Sono tre gli aspetti più importanti che la ricerca mette in evidenza.

Innanzitutto, “il nostro Paese continua ad avere una spesa sanitaria pubblica in rapporto al Pil inferiore a quella di altri grandi Paesi europei”. Da un facile raffronto dei dati, infatti, si nota come in Italia sia pari al 6,8% del Pil, mentre in Francia e in Germania si arriva all’8,6 e al 9%.

Investimenti pubblici inadeguati nel settore portano a tutta una serie di problematiche ed inefficienze di cui la più nota è certamente quella delle liste di attesa, sempre più lunghe, che rendono ulteriormente difficoltoso l’accesso al sistema pubblico di cura e assistenza, con differenze marcate nelle diverse aree del nostro Paese.

I dati raccolti dal Censis, infatti, indicano che “per una mammografia si attendono in media 122 giorni (60 in più rispetto al 2014) e nel Mezzogiorno l’attesa arriva in media a 142 giorni. Per una colonscopia l’attesa media è di 93 giorni (6 giorni in più rispetto al 2014), ma al Centro di giorni ce ne vogliono mediamente 109. Per una risonanza magnetica si attendono in media 80 giorni (6 giorni in più rispetto al 2014), ma al Sud sono necessari 111 giorni. Per una visita cardiologica l’attesa media è di 67 giorni (8 giorni in più rispetto al 2014), ma sale a 79 giorni al Centro. Per una visita ginecologica si attendono in media 47 giorni (8 giorni in più rispetto al 2014), ma ne servono 72 al Centro. Per una visita ortopedica 66 giorni (18 giorni in più rispetto al 2014), con un picco di 77 giorni al Sud”.

Se questi esempi non fossero ancora sufficienti a rendere l’idea di quanto il nostro Sistema Sanitario Nazionale sia in affanno e di quanto poco incisive siano state finora le riforme mirate ad invertire questa rotta, c’è il terzo aspetto del Rapporto RBM-Censis che rende bene l’idea: sono aumentate (fino a 12,2 milioni) le persone che nell’ultimo anno “hanno rinunciato o rinviato almeno una prestazione sanitaria per ragioni economiche (1,2 milioni in più rispetto all’anno precedente)”.

Dove non arriva il sistema pubblico, infatti, tocca al cittadino pagare di tasca propria le cure di cui necessita. Non sempre, però, ciò è possibile e, quindi, per ragioni principalmente economiche, o si finisce per rimandare le prestazioni che, seppur non urgenti, hanno comunque una grande importanza in termini di prevenzione, o addirittura a privarsene del tutto.

Moltissimi italiani si trovano ad affrontare enormi difficoltà economiche e una riduzione del tenore di vita per far fronte a spese sanitarie irrinunciabili e tra di essi, c’è anche chi ha dato fondo a tutti i propri risparmi e si è indebitato con le banche pur di ‘salvarsi la vita’.

Per il Censis, “il miracolo del recupero di sostenibilità finanziaria del servizio sanitario di tante Regioni ha impattato sulla copertura per i cittadini”.
Un impatto che sta portando man mano a conseguenze gravissime. Non tutti riescono a sostenere le spese per cure e farmaci, anzi, in un Paese in cui l’indice di povertà assoluta è in continuo aumento, sono sempre più numerose le persone che non riescono nemmeno a pagare i ticket per le prestazioni pubbliche, figuriamoci le visite private.


Alitalia, arriva il bando


di Claudia Tarantino

Con la pubblicazione del bando per la richiesta delle offerte vincolanti entra nel vivo la delicata fase della vendita di Alitalia.
I potenziali investitori, infatti, avranno tempo fino al 2 ottobre per manifestare il loro reale interesse per il rilancio della compagnia e, soprattutto, le loro intenzioni circa un acquisto ‘in blocco’, come auspicato anche dai commissari straordinari, o solo di specifici asset.

Nella fase precedente, quella delle offerte non vincolanti, si sono fatti avanti una decina di soggetti, tra cui Etihad, Ryanair, British ed EasyJet, Lufthansa, Hainan Airlines, Af-Klm con Delta, più alcuni fondi di investimento, come l’americano Elliott, ed alcune compagnie cinesi.
Ora, però, la porta resta aperta anche per chi non ha partecipato alle fasi precedenti e potrebbero esserci, quindi, presto altri nomi da aggiungere alla lista dei ‘pretendenti’.

I commissari straordinari Luigi Gubitosi, Enrico Laghi e Stefano Paleari hanno messo a punto il bando sulla base delle offerte ricevute ma, mentre attendono le proposte degli eventuali acquirenti, dovranno portare avanti il processo di risanamento della compagnia, con relativo taglio dei costi e revisione del network, al fine di rendere l’azienda più appetibile. Sembra indubbio infatti che “tanto più la compagnia arriverà in buone condizioni alla vendita, tanti meno sacrifici il potenziale acquirente chiederà all’azienda”.

In una intervista rilasciata qualche giorno fa a Repubblica, Gubitosi, in riferimento proprio ai conti della compagnia, sottolineava che “la situazione è molto migliorata”, anzi, “nei prossimi mesi, con una gestione attenta, miglioreremo ancora. Ci stiamo preparando alla stagione 2018. In inverno partiranno le nuove destinazioni, Maldive, Nuova Delhi, Los Angeles tutto l’anno e più voli per San Paolo. Per l’estate ci concentreremo sull’Africa”.

L’acquirente ideale, come ha spiegato lo stesso Gubitosi nel corso dell’incontro con le organizzazioni sindacali che si è tenuto lo scorso 27 luglio, “è un partner internazionale forte, che permetta ad Alitalia di sviluppare il suo potenziale”.
In quella occasione i commissari hanno palesato la loro previsione di arrivare all’aggiudicazione della gara verso ottobre-novembre. Nelle loro intenzioni, infatti, il periodo intercorrente fra il termine di presentazione delle offerte vincolanti e quello di restituzione del prestito statale andrà utilizzato per trattare con un numero di soggetti limitato (2 – 3 pretendenti) titolare delle offerte ritenute più congrue sia in termini economici che industriali. A valle dell’eventuale aggiudicazione della Società, ci sarà il previsto approfondimento dell’Antitrust per poi procedere all’operazione di closing definitivo.

L’importante, per il momento, è che “la rotta è stata invertita, come dimostra soprattutto l’andamento dei ricavi, ma molto resta ancora da fare. E il risanamento dovrà proseguire anche dopo la vendita, che auspicabilmente sarà fatta nel più breve tempo possibile”.

Gli effetti del lavoro di risanamento portato avanti dai commissari infatti si vedranno solo più avanti: “Il livello delle perdite si sta abbassando – hanno spiegato – ma per recuperare le perdite accumulate in questi anni ci vuole forse qualche anno”.

La crisi che ha caratterizzato la compagnia italiana ha avuto i suoi effetti anche sui conti dell’ex partner Etihad, che ha archiviato il 2016 con una perdita di 1,87 miliardi di dollari (dall’utile di 103 milioni dell’anno precedente), dovuta soprattutto a svalutazioni di asset e alle perdite legate appunto ad Alitalia e Air Berlin.


Inail: in aumento gli infortuni e le morti sul lavoro


di Annarita D’Agostino

Aumentano le denunce ma anche gli infortuni mortali sul lavoro: il rapporto Inail sul primo semestre 2017 rileva 328.905 denunce di incidenti, ovvero l’1% in più rispetto allo stesso periodo del 2016, e 473 vittime, il 2,6% in più rispetto al primo semestre dello scorso anno.
Gli infortuni sono in aumento sia fra gli uomini (+0,9%, pari a circa 1900 casi) che fra le donne (+1,2%, quasi 15o0 casi in più).
A livello settoriale, secondo il report dell’Istituto risultano in aumento la gestione Industria e servizi (+1,8%) e la gestione Conto Stato dipendenti (+4,2%), mentre Agricoltura e Conto Stato studenti delle scuole pubbliche statali sono in calo del 4,9% e dell’1,9%. A livello territoriale, con oltre 5000 casi in più, è il Nord ad avere il primato per le denunce, seguito dal Centro, che resta stabile, e da Sud e Isole, dove invece ci sono state diminuzioni rispettivamente di 1300 e di 500 casi. Gli aumenti maggiori in valore assoluto si sono registrati in Lombardia (+2.457 denunce) ed Emilia Romagna (+1.234), mentre le riduzioni più sensibili si registrano in Sicilia e Puglia (rispettivamente -802 e -759 casi).
I casi di incidenti purtroppo mortali hanno interessato solo i lavoratori, con un aumento da 413 a 427 casi (+3,4%), il comparto Industria e servizi (da 367 a 401 decessi, pari al +9,3%) ed essenzialmente il Nord-Ovest (Lombardia +11 decessi, Piemonte +10, Liguria +8), a cui si aggiungono Veneto (+10 casi), Abruzzo e Sicilia (+15 casi ognuna, con l’Abruzzo a pesare per le tragedie di Rigopiano e Campo Felice dovute all’ondata di maltempo).
Diminuiscono invece le malattie professionali: nel primo semestre 2017 sono stati registrati 31.432 casi, il -3,5% in meno rispetto ai primi sei mesi del 2016. Nel 75% dei casi si tratta di malattie del sistema osteo-muscolare e del tessuto connettivo, con quelle del sistema nervoso e dell’orecchio.


Il futuro delle relazioni internazionali


di Barbara Faccenda

Si potrebbe essere tentati di esaminare le relazioni internazionali in base ai comportamenti egocentrici di Macron, che colpito nel suo ego (gradimento politico in caduta libera, non succedeva da Chirac) improvvisa strategie di politica internazionale con dichiarazioni ad effetto, foto ritoccate per sembrare più alto quando stringe la mano a Fayed al-Serraj. La diplomazia tit-for-tat che è quella in cui si sta impegnando in questi giorni Macron con proclami e poi smentite, ci dà un’indicazione importante. Si sta verificando un atomizzazione del potere: da livello globale e regionale a quello nazionale e locale.
Abbiamo bisogno di semplificare la complessità delle grandi sfide del mondo, per comprenderle, ma anche per renderle più gestibili. I prismi che ci aiutano in questo sono rappresentati dai modelli esplicativi sul futuro delle relazioni internazionali. Vi propongo tre modelli sviluppati negli ultimi 25 anni.
La prima di queste costruzioni intellettuali fu elaborata da Francis Fukuyama appena dopo la fine della Guerra Fredda e vedeva il risultato di tale guerra come un inevitabilmente trionfo della democrazia liberale sugli ordini illiberali.
Il secondo fu espresso da Samuel Huntington. Il suo “scontro di civiltà” presentava un mondo dominato da blocchi di civiltà in cui il conflitto era probabile, particolarmente tra l’Occidente e l’Islam, e molto possibile tra l’Occidente e la civiltà a guida cinese. L’ultimo modello, conosciuto comunemente come “crescita del resto” dal titolo di un famoso libro di Fareed Zakaria, prende atto della rapida crescita di economie emergenti come risultato della liberalizzazione del commercio e il conseguente spostamento del potere economico e dell’ influenza. Proiettava questo cambiamento nel futuro dove l’occidente non era più la potenza dominante che plasmava gli affari globali.
Dopo molti anni, la tesi di Fukuyama, sebbene spesso derisa, sembrava che venisse corroborata dai fatti. Le democrazie liberali si erano diffuse moltissimo nel periodo immediatamente successivo alla Guerra Fredda, di più nei paesi dell’ex blocco sovietico dell’Europa centrale e dell’est, ma anche in America Latina, Asia e più tardi in Africa. Questa agenda di promozione della democrazia spesso andava mano nella mano con la promozione dei liberi mercati e del commercio internazionale liberalizzato.
Gli attacchi dell’11 settembre 2001sembravano dare la prima indicazione che il mondo sarebbe stato più nel modello di Huntington. Allarmisti di frange politiche di paesi occidentali parlarono anche di una minaccia esistenziale posta dall’Islam, indicando i cambiamenti demografici in molti paesi europei, a causa dell’immigrazione e della fertilità, come un avvertimento di una “grande sostituzione”.
All’inizio della metà dell’ultima decade, la crescente richiesta della Cina per merci tirò fuori dalla contrazione, seguita alla crisi globale finanziaria,le economie meno sviluppate dell’America Latina e dell’Africa e “la crescita del resto” sembrava il modello che probabilmente aveva il più grande impatto sull’attuale distribuzione del potere globale rispetto alle altre due elaborazioni.
Sebbene non ci sia un metodo di misura prestabilita per valutare i regimi democratici, si concorda ampiamente sul fatto che la diffusione della democrazia liberale ha avuto il suo apice nel 2006. La promessa di mercati liberi e un commercio liberalizzato ha deluso molto. Invece il capitalismo di Stato è fiorito in paesi con un’ampia gamma di regimi repressivi ed anti-democratici, dalla Cina al Vietnam alla Russia. In altri paesi come la Turchia, Singapore, i mercati liberi sono co-esistiti con tendenze anti-democratiche. Più recentemente, il commercio liberalizzato ha innescato la reazione percui all’interno delle democrazie occidentali si siano delineate politiche basate sull’identità nazionalista e “natia”.Questa conseguenza si sovrappone disordinatamente con il modello di conflitto di civiltà tra l’occidente e l’Islam, nella forma di piattaforme anti-islam abbracciate da vari movimenti nazionali di cui si compone questa tendenza. Forse più schiacciante delle tesi di Huntington è il chiaro fallimento della materializzazione di un blocco di “civiltà islamica”.In contrasto a paure isteriche di un Islam monolitico in Europa e negli Stati Uniti, il cosiddetto mondo musulmano è in realtà pieno zeppo di divisioni, tra gli islamisti e i monarchi, sunniti e sciiti, moderati e fondamentalisti, per dirne alcune. La guerra civile siriana e il più recente conflitto tra il Consiglio di Cooperazione del Golfo a guida saudita e uno deimembri del Consiglio, il Qatar. sono ulteriori esempi.
Infine, mentre gli spostamenti economici risultati da regimi di commercio globale liberalizzato hanno chiaramente anche ridistribuito l’influenza politica nel sistema internazionale, particolarmente con riguardo alla Cina e al ruolo delle economie emergenti nei forum globali, l’affermazione più ampia della “crescita del resto” che doveva dare vita ad un mondo piatto sembraessere improbabile. La fine del ciclo di boom delle merci e specialmente la drammatica caduta dei prezzi del petrolio ha rivelato la persistente fragilità di molti paesi che si riteneva potessero prendere il timone della politica globale. Il Brasile è forse l’esempio più evidente, ma vengono alla mente anche il Venezuela, la Turchia e l’India.
Chiaramente stiamo facendo esperienza di una crisi del liberalismo. Siamo testimoni di un ritorno dei tradizionali indicatori dell’identità. La richiesta di più influenza tra le economie emergenti non è necessariamente arretrata. Allo stesso tempo il ritorno della rivalità geopolitica tra Stati e grandi potenze rende le visioni di un ordine liberale basato sul governo di consultazione e consenso in un certo senso naïve.
L’indicazione che forniscono tutti e tre questi modelli è che il futuro apparterrà a grandi aggregazioni di potere, che sia un liberalismo monolitico, blocchi di civiltà o consenso globale. Ribaltare questa tendenza richiederà trovare vie per definire l’identità così che possa essere condivisa nuovamente piuttosto che universalmente contestata.


Quasi un lavoratore su due in attesa di rinnovo


di Caterina Mangia

Aumenta in modo netto il numero dei lavoratori che restano in attesa di un agognato rinnovo contrattuale.
Lo conferma l’Istat, che scatta la fotografia di un Paese fermo. A giugno i mesi di attesa per coloro a cui è scaduto il ccnl sono in media 65,5, ovvero più di cinque anni: un lasso di tempo molto più lungo rispetto a quello registrato nel 2016 (40,1 mesi).
I dipendenti che aspettano una rideterminazione, inoltre, sono quasi uno su due, il 41,3 per cento del totale, formando un esercito di 5,3 milioni di persone: quindi, non solo l’occupazione scarseggia, ma di coloro che hanno un lavoro, quasi la metà è in attesa di rinnovo.
Insomma, si fa un gran parlare di crescita, ma finché gli italiani restano legati a contratti “scaduti”, senza un adeguamento della parte salariale, c’è da chiedersi come contribuiranno al rilancio dei consumi e, con essi, dell’occupazione e del sistema Paese nel suo complesso.
Nel periodo di aprile-giugno, come si legge sul sito dell’Istat, “sono stati recepiti sette accordi e nessuno è venuto a scadenza”.
A fronte di questo quadro arriva una magrissima consolazione, dello “zero virgola”: a giugno l’indice Istat delle retribuzioni contrattuali orarie è aumentato dello 0,3 per cento rispetto allo stesso mese del 2016. Si tratta dell’incremento più basso riportato da Istat dal 1982, già registrato però nel febbraio di quest’anno.
Prendendo in esame il primo semestre 2017, “la retribuzione oraria media – spiega Istat – è cresciuta dello 0,4 per cento rispetto al corrispondente periodo del 2016”, mentre resta invariata per il mese precedente.


Svimez, il Sud recupererà livelli pre-crisi nel 2028


di Claudia Tarantino

Se il Mezzogiorno “proseguirà con gli attuali ritmi di crescita, recupererà i livelli pre-crisi nel 2028, 10 anni dopo il Centro-Nord”.
E’ questo il ‘verdetto’ del Rapporto Svimez 2017 sull’economia meridionale che, anche quest’anno, elenca ancora troppi ‘ritardi’ su fattori fondamentali per la ripresa, come la produttività, la competitività, l’occupazione.
E poco importa se nell’ultimo biennio lo sviluppo delle Regioni del Mezzogiorno “è risultato superiore di quello del resto del Paese”, perché “non è sicuramente sufficiente a disancorare il Sud da una spirale in cui si rincorrono bassi salari, bassa produttività, bassa competitività, ridotta accumulazione e, in definitiva, minor benessere”.
Secondo l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, “il nodo vero, ancora una volta, è lo sviluppo economico nazionale”, per il quale il Sud “deve essere un’opportunità, calibrando l’intensità e la natura degli interventi”.
A tal proposito, lo Svimez propone una ‘strategia’ mirata a “rivedere la Politica di coesione”, a conquistare “maggiori margini di flessibilità del bilancio”, abbandonando le politiche di austerità e rivedendo il Fiscal Compact con l’obiettivo di “rilanciare gli investimenti pubblici ed assumere il Mediterraneo come orizzonte strategico”.
Dalla fotografia Svimez sull’economia meridionale è interessante notare come il Sud non sia più “un’area giovane, né tantomeno il serbatoio di nascite del resto d’Italia: negli ultimi 15 anni, al netto degli stranieri, la popolazione meridionale è diminuita di 393mila unità, mentre è aumentata di 274mila nel Nord”. Inoltre, nell’ultimo quindicennio “sono emigrati dal Sud 1,7 milioni di persone, a fronte di un milione di rientri, con una perdita netta di 716.000: nel 72,4% sono giovani entro i 34 anni, 198.000 sono laureati”.
Più di ogni altra misura, quindi, sarebbe il caso di invertire principalmente questa tendenza: se questa ‘forza-lavoro’ giovane, preparata e motivata lascia la propria terra, su quali altre basi si può fondare la ripresa del Mezzogiorno?

Occupati: +1,7% nel 2016, ma restano al di sotto del livello del 2008
Secondo i dati raccolti dallo Svimez e presentati nel Rapporto 2017 sull’economia meridionale “nella media del 2016 gli occupati aumentano rispetto al 2015 al Sud di 101.000 unità, pari a +1,7%, ma restano comunque di circa 380.000 al di sotto del livello del 2008”.
Su questo aumento inciderebbero, però, delle scelte che stanno determinando anche “una preoccupante ridefinizione della struttura e della qualità dell’occupazione”, come l’incremento degli occupati anziani e del part-time. In particolare, la riduzione dell’orario di lavoro, facendo crescere l’incidenza dei dipendenti a bassa retribuzione, deprime i redditi complessivi.
Il più frequente ricorso a contratti a tempo indeterminato, che in termini relativi risulta più accentuata nel Mezzogiorno, resta invece legato solo al prolungamento della decontribuzione.

PIL: in 15 anni persi 7,2 punti
Tra il 2001 e il 2016 “la caduta del Pil cumulato al Sud è stata del 7,2%, a fronte di una crescita del 23,2% dell’Unione europea”. Nonostante il Prodotto interno lordo del nostro Paese sia cresciuto dello 0,1% nel 2014, dello 0,8% nel 2015 e dello 0,9% nel 2016, il recupero è ancora troppo lento se si considera che la crescita dell’area euro è stata doppia (1,8%), continuando così ad allargare “la forbice di sviluppo con l’Europa”.

Iva: sul Sud un effetto di 15 miliardi
Lo Svimez stima che “gli effetti dell’eventuale attivazione della clausola di salvaguardia relativa all’aumento delle aliquote Iva nel 2018 avrebbe sul Sud un effetto di circa 15 miliardi. Se questo aumento diventasse operativo, “sarebbe l’economia meridionale a subire l’impatto più negativo: nel biennio 2018/2019 il Pil del Sud perderebbe quasi mezzo punto percentuale di crescita (0,47%), due decimi di punto in più rispetto al calo di prodotto presunto nel Centro-Nord (0,28%)”.

Dieci meridionali su 100 sono poveri assoluti
Nel 2016 circa 10 meridionali su 100 sono in condizione di povertà assoluta, contro poco più di sei nel Centro-Nord. Inoltre, al Sud il rischio di povertà è triplo rispetto al resto del Paese: in Sicilia al 39,9%, in Campania al 39,1%, in Calabria al 33,5%. “La povertà deprime la ripresa dei consumi, e, in questo contesto, le politiche di austerità hanno determinato il deterioramento delle capacità del welfare pubblico a controbilanciare le crescenti diseguaglianze indotte dal mercato, in presenza di un welfare privato del tutto insufficiente al Sud”.

Campania: è la Regione italiana cresciuta di più nel 2016
Nel 2016 la Campania, con una crescita del 2,4%, è la regione italiana, e non solo meridionale, che ha registrato il più alto indice di sviluppo. “Un ruolo trainante lo ha svolto l’industria, grazie anche alla diffusione di Contratti di Sviluppo, ma ha potuto altresì beneficiare del rafforzamento del terziario nell’ultimo anno, frutto prevalentemente del positivo andamento del turismo”.
Al secondo posto la Basilicata, che mantiene la crescita, seguita dalla Puglia, che invece ha molto frenato rispetto al 2015. soprattutto perché “è andata male l’agricoltura, che ha un peso notevole nell’economia regionale”, e dalla Calabria, che ha registrato un andamento favorevole nell’industria (+8,2%). La Sicilia, che cresce dello 0,3%, “sconta nel 2016 gli effetti negativi dell’agricoltura, mentre l’industria (-0,8%) e le costruzioni (-0,5%) stentano a invertire il trend e il settore dei servizi ha un andamento poco più stazionario (+0,4%)”. L’Abruzzo, il cui Pil nel 2016 è negativo (-0,2%), registra un forte calo dell’agricoltura e l’industria subisce una pesante battuta d’arresto. Il Molise “regge sostanzialmente il ritmo di crescita dell’anno precedente (+1,6%), trainato soprattutto dalle costruzioni e, anche se in misura molto minore, dai servizi”. La Sardegna, “pur se con ritardo rispetto al resto delle regioni meridionali, esce nel 2016 dalla fase recessiva e riprende a respirare, ottenendo per la prima volta un aumento del Pil (+0,6%) dopo l’andamento negativo del prodotto sia nel 2014 che nel 2015, grazie soprattutto all’industria”.


Per chi votano i lavoratori?


di Francesco Paolo Capone

Questa domanda tormenta da più di un decennio molte analisi politiche e una risposta chiara ancora non è stata trovata.
Se ne è occupato Paul Krugman, economista americano e premio Nobel, in un’analisi pubblicata su “Il Sole 24 Ore”.
Ancora incredulo della vittoria di Trump alla Casa Bianca, Krugman cerca di capire come e perché i lavoratori americani abbiano non solo da tempo abbandonato i democratici, ma che addirittura siano talmente fedeli al nuovo più radicale corso del partito Repubblicano da essere indifferenti agli  scandali sulla collaborazione fra lo staff di Trump ed i russi di Putin.
Perché, si chiede il Nobel, questa difesa di Trump anche quando collabora col “nemico russo”? Non erano forse i bianchi repubblicani dei campioni di patriottismo?
La risposta che si dà Krugman è la seguente: ormai la faziosità in politica ha assunto livelli talmente elevati da far dimenticare anche il patriottismo. Una faziosità alimentatadai grandi capitali che hanno tramato radicalizzare il Partito repubblicano mediante i mass media vicini a Trump, come la Fox News ed i talk show radiofonici. Una faziosità tale che “indipendentemente dalla gravità che dovessero raggiungere le rivelazioni sui rapporti fra Trump e la Russia, la maggior parte dei repubblicani resterà dalla sua parte” pur di non far vincere la sinistra. Questa l’analisi di Krugman.
Un’analisi che, tuttavia, sembra non essere consapevole dei profondi cambiamenti politici ed economici che hanno completamente modificato la natura stessa dei partiti politici tradizionali.
Innanzitutto Putin non rappresenta certo l’URSS della guerra fredda ed è invece un leader conservatore che fa parte di un’area politica non lontanissima, seppur con tutti gli evidenti distinguo, da quella di Trump. In secondo luogo i mass media che cita il Nobel si riducono alla sola Fox, essendo tutti gli altri schierati platealmente contro Trump.
Ma, soprattutto, il grande capitale di cui parla Krugman sembra più vicino ai democratici che ai repubblicani e la lotta di classe del secolo scorso, fondata sullo scontro fra lavoratori nazionali e capitalisti nazionali, che si esprimevano politicamente rispettivamente nel partito democratico e in quello repubblicano,  ha lasciato il posto alla globalizzazione, nella quale i democratici, maggiori fautori dell’internazionalizzazione, sembrano favorire il dumping sociale a danno dei lavoratori americani, mentre i repubblicani, più isolazionisti, ora sono più vicini alle istanze della working class che vede nell’apertura incontrollata degli scambi di merci e di lavoratori il maggiore pericolo per il proprio benessere.
Nel nostro Paese sta avvenendo qualcosa di analogo. La sinistra continua a chiedersi che fine abbiano fatto i lavoratori e perché siano scomparsi dal proprio elettorato, ma anche da noi il grande capitale – rappresentato dalle multinazionali e dalla grande finanza –  tifa per l’apertura di ogni confine economico e politico con l’appoggio della sinistra, mentre i lavoratori temono la globalizzazione, avendola provata sulla propria pelle vedendo diminuire garanzie, salari e occupazione, e per questo si rivolgono a chi vuole metterle un freno.