Italiani sfiduciati dalla Brexit e pronti alla ‘fuga’


Quanto pesa sul futuro dei nostri connazionali residenti in Gran Bretagna la ‘fuga’ dall’Unione Europea? La Brexit, secondo un sondaggio condotto dall’Ufficio Scientifico dell’Ambasciata d’Italia a Londra e pubblicato oggi su La Repubblica, ha scoraggiato quasi l’82 per cento dei 5.755 professionisti italiani impiegati nel mondo accademico britannico. Uno su tre pensa di tornare a casa o, addirittura, trasferirsi in una nuova realtà. Si tratta di una vera e propria ‘fuga di cervelli’ diretta principalmente verso il Belpaese e che riguarda principalmente docenti universitari, ricercatori e studenti.
Le ragioni che spingono i nostri connazionali ad essere così pessimisti nei confronti delle ‘scelte britanniche’ sono da collegarsi anche ad altri fattori, come la fine dei finanziamenti Ue alla ricerca, il calo di studenti dal continente, la diminuzione degli scambi scientifici, oltre a un crescente dissenso verso la politica del governo britannico nei confronti dell’università.
Nel specifico dal sondaggio, a cui hanno risposto 642 accademici, emerge che “un decimo del totale fotografa una sensazione di diffuso malessere. Alla domanda, ‘pensa di trasferirsi dal Regno Unito in un altro paese?”’, il 27 per cento risponde sì, il 55 per cento forse e solo poco meno del 18 per cento replica con sicurezza di no: dunque “l’82 per cento sta pensando, in maniera più o meno certa, di lasciare il Regno Unito”, afferma l’indagine. Al quesito successivo, “dove pensate di trasferirvi?”, il 28,7 per cento dice in Italia, il 56,8 in un altro paese dell’Unione e il 14,5 in un paese extra- europeo.
La ‘love story’ che aveva spinto molti italiani a preparare la valigia, carica di buone intenzioni, coraggio e tanta formazione, per dirigersi principalmente a Londra o nei centri universitari più prestigiosi del Regno Unito, non sembra più essere a lieto fine.
Il malcontento e la sfiducia prendono il sopravvento e spingono i ‘cervelli’ italiani verso nuove mete o scelte. La sede diplomatica, in vista di questa sempre più crescente diffidenza nei confronti della Brexit ha deciso di avviare uno speciale servizio di assistenza dedicato proprio a quei connazionali che da anni ormai risiedono nel Regno Unito. E tale sondaggio nasce proprio dall’esigenza di toccare con mano le preoccupazioni degli italiani e provare ad assisterli e sostenerli in questo difficile cammino che il Regno Unito ha intrapreso, ostacolato tra l’altro anche da serie difficoltà legate alla sicurezza, altro tassello alquanto fragile del sistema britannico.


Saldi, la crisi non frena la corsa ai negozi delle famiglie


La crisi non frena lo shopping soprattutto in tempi di saldi. Da domani, 1° luglio, scatteranno in tutta Italia i saldi estivi e chiunque metterà mano alle tasche per approfittare dell’occasione.
Infatti, secondo le stime della Confcommercio, ogni famiglia spenderà in media per lʼacquisto di articoli di abbigliamento e calzature circa 230 euro, per un valore complessivo di 3,5 miliardi di euro. Pro capite la spesa media sarà di 100 euro e 15,6 milioni sono le famiglie che non rinunceranno, quindi, al cambio del guardaroba.
“Un giudizio sull’esito finale di questa stagione di saldi – ha precisato il presidente di Federazione Moda Italia e vicepresidente di Confcommercio Renato Borghi – dovrà necessariamente tener conto delle intollerabili anticipazioni degli sconti lanciati in primo luogo dalle catene e dai potenti monomarca. Non ci stancheremo mai di segnalare azioni di concorrenza sleale alle autorità competenti: non c’è niente di peggio che scrivere leggi e regole il cui rispetto non può essere garantito”.


Redditi in crescita per le famiglie, ma attenti all’aumento delle tasse


Care famiglie, i vostri redditi aumentano, ma attente alla pressione fiscale.
Secondo i dati diffusi dall’Istat, infatti, nel primo trimestre 2017 il reddito disponibile delle famiglie consumatrici è aumentato dell’1,5%, rispetto al trimestre precedente, mentre i consumi sono cresciuti dell’1,3%. Un incremento annuo del 2,4% per il reddito e del 2,6% per la spesa: si tratterebbe dei rialzi più forti dal terzo trimestre del 2011.
Fin qui sembra davvero una buona notizia finché, continuando a leggere, l’Istituto presenta nel dettaglio i valori della pressione fiscale, pari al 38,9%, con un aumento di 0,3 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Si registrano aumenti delle imposte dirette (+1,8%), delle imposte indirette (+3,1%), dei contributi sociali (+1%) e delle altre entrate correnti (0,7%).
In particolare, nel trimestre, sono state registrate come imposte indirette (nello specifico “altre imposte sulla produzione”) le risorse affluite dal sistema bancario italiano al Fondo Nazionale di Risoluzione (pari a circa 1,5 miliardi di euro). In aumento sono risultate anche le entrate in conto capitale (+12,3%).
Per quanto riguarda il reddito delle famiglie, l’Istat specifica che se si tiene in considerazione il deflatore implicito dei consumi, ovvero si registra la crescita dei prezzi, il potere d’acquisto risulta in aumento di 0,8 punti in termini tendenziali e di 1,2 punti in termini congiunturali. La propensione al risparmio delle famiglie (quota del reddito destinata al risparmio) nel primo trimestre 2017 è stata pari all’8,5%, in aumento di 0,3 punti percentuali rispetto al trimestre precedente per effetto di una dinamica dei consumi inferiore a quella del reddito (+1,3% le spese).


Con ‘Ceta’ a rischio grano e carne


Ieri la Commissione Affari Esteri del Senato ha dato un primo via libera al ddl di ratifica del Ceta, il controverso accordo di libero scambio tra Unione Europea e Canada approvato a febbraio dal Parlamento Europeo. Con 15 voti a favore e 6 contrari il testo passa ora alla plenaria, dove il voto deve ancora essere calendarizzato.
Tutto ciò è avvenuto mentre era in corso una vera e propria mobilitazione in piazza del Pantheon, di tutti coloro (da associazioni a sindacati) che ritengono tale accordo antidemocratico, troppo favorevole alle multinazionali e un vero e proprio colpo all’agricoltura e ai prodotti del Made in Italy che saranno ulteriormente indeboliti da una concorrenza sleale e pericolosa.
La protesta è legata alla necessità di fermare la ratifica del trattato e riaprire in Europa una discussione più intelligente sulla struttura e la funzione del commercio al servizio delle comunità, dei diritti e dell’ambiente. Il 5 luglio si replicherà con una nuova manifestazione, questa volta a Montecitorio.
Tutti ‘buoni propositi’ che, molto probabilmente resteranno sigillati nel corposo documento (di 1598 pagine) del Comprehensive Economic and Trade Agreement c’è l’eliminazione della gran parte delle tariffe doganali (circa il 99 per cento) tra Unione Europea e Canada. Inoltre l’accordo prevede la partecipazione delle imprese europee alle gare per gli appalti pubblici in Canada e viceversa, di stabilire il reciproco riconoscimento di titoli professionali e nuove regole per proteggere il diritto d’autore e i brevetti industriali. In base a questo accordo commerciale, le multinazionali potranno fare ‘business’ in Canada nel settore dei servizi.
Si profilano, però, anche rischi legati al principio di precauzione e alla sicurezza alimentare: il Ceta, infatti, non vincola il commercio di sostanze chimiche e pesticidi ma rinvia decisioni chiave a comitati tecnici difficilmente accessibili, il cui mandato non è tanto tutelare la salute pubblica, quanto piuttosto fluidificare gli scambi tra i due lati dell’Atlantico.

Importante evidenziare che l’accordo, proprio in riferimento al capitolo della sicurezza alimentare, prevede la tutela del marchio di alcuni prodotti agricoli e alimentari tipici ma taglia fuori ‘prodotti sensibili’ come la carne di bovino e di maiale canadesi e il grano duro esportati in Ue, mettendo così in pericolo la nostra agricoltura e dando spazio alla concorrenza sleale e pericolosa.
Il Canada è il principale competitor nel mercato del grano duro, di cui è il primo paese produttore ed esportatore mondiale. In Canada si producono, grosso modo, due tipi di grano duro, uno dei quali è ricco di contaminanti (quello di 3°-4°-5° grado). Quello di 3° grado è ufficialmente l’ unico che arriva in Italia, in prevalenza al Porto di Bari.
Per la Coldiretti ‘la Ceta legalizza la pirateria alimentare, accordando il via libera alle imitazioni canadesi dei nostri prodotti più tipici e spalancando le porte all’invasione di grano duro trattato in preraccolta con il glifosdato, diserbante che, ricordiamo è vietato in Italia e a ingenti quantitativi di carne a dazio zero”.
Insomma alla Coldiretti punta il dito contro un accordo definito ‘devastante’ sulla coltivazione di grano in Italia con il rischio di danneggiare gli allevatori italiani, i consumatori e i negoziati internazionali. Interessante poi notare che secondo il Dossier stilato dalla Coldiretti delle 291 denominazioni Made in Italy registrate ne risultano protette appena 41, le restanti 250, quindi, sono senza alcuna tutela.
E’ bene ricordare che il Ceta non consentirà deroghe. Insomma gli interessi delle multinazionali verranno prima degli interessi degli Stati. Se per esempio GranoSalus dovesse permettersi di far causa al Ministro della Salute per far rispettare il divieto sul glifosate, le multinazionali che esportano il grano in Italia si rivarrebbero direttamente sullo Stato italiano. Quindi, oltre a danno anche la beffa.
Le preoccupazioni maggiori riguardano anche il capitolo sullo sviluppo sostenibile, privo di meccanismi vincolanti per le aziende che violino normative ambientali o i diritti del lavoro. Sul fronte ambiente- energia le cose non vanno meglio, dal momento che il Canada è descritto come un partner affidabile nella lotta al cambiamento climatico, ma viste le politiche attuali mancherà sia il proprio impegno di riduzione delle emissioni per il 2020 che l’obiettivo al 2030.
Il paese della ‘foglia d’acero’ elargisce 3,3 miliardi di dollari l’anno in sussidi pubblici ai combustibili fossili, tra cui l’inquinante petrolio da sabbie bituminose.
La presidente Justin Trudeau ha supportato inoltre la costruzione dell’oleodotto Keystone XL, un progetto da 8 miliardi di dollari per portare quel petrolio negli Stati Uniti.


L’Italia pone alla Ue la questione sbarchi


Il governo italiano ha dato mandato al rappresentante presso l’Ue, l’ambasciatore Maurizio Massari, di porre formalmente la questione degli sbarchi in Italia al commissario per le migrazioni Dimitris Avramopoulos. Secondo fonti governative è ormai “insostenibile” che tutte le imbarcazioni che operano nel Mediterraneo centrale portino le persone soccorse in Italia.
Solo ieri 5000 persone sono arrivate dalla Libia, negli ultimi quattro giorni sono state salvate oltre 10mila persone. Ma ormai la ‘macchina’ dell’accoglienza e dell’integrazione inizia a vacillare, è giunto il momento di regolare questi continui e massicci flussi dall’’esterno’
L’eventuale blocco dei porti italiani riguarderebbe non solo le navi delle Organizzazioni non governative che operano nel Mediterraneo centrale ma anche le unità navali inserite in Frontex, l’Agenzia cui spetta il controllo delle frontiere esterne dell’Ue, e in Eunavformed, l’operazione che ha il compito di contrastare nel canale di Sicilia i trafficanti di esseri umani, alla quale partecipano 25 nazioni europee.
L’Italia, sottolineano le fonti, continuerà a salvare vite in mare come sempre ha fatto in questi anni, ma non è più sostenibile che tutto il peso dell’accoglienza debba gravare sul nostro Paese. Salvataggi e accoglienza non possono essere disgiunti e dunque il contributo dell’Ue non dovrà limitarsi alle operazioni di soccorso in mare.
Il Rappresentante presso la Ue, l’ambasciatore Maurizio Massari, nel suo incontro col commissario Ue all’Immigrazione Dimitris Avramopoulos ha evidenziato che la situazione degli sbarchi di migranti in Italia “è ai limiti della capacità di gestione, con un impatto sulla vita socio-politica del Paese. Per questo potrebbe essere difficile permettere nuovi sbarchi”.


Via libera definitivo alla riforma del Terzo Settore


di A.D.

Con i decreti sul 5 per mille, sull’impresa sociale e il codice, il governo completa la riforma del Terzo Settore, avviata due anni fa, che interessa 300.000 associazioni, 1 milione di lavoratori e 5 milioni di volontari: “regoliamo definitivamente una materia molto complessa” ha dichiarato il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, al termine del Consiglio dei Ministri che ha dato il via libera ai provvedimenti, “ma parliamo soprattutto di organizzazioni essenziali per la coesione sociale e la buona vita delle nostre comunità. L’abbiamo fatto per dare un riconoscimento politico e normativo a questo mondo, cercando di superare elementi di frammentazione nella normativa e introducendo elementi di innovazione”. Tuttavia, per dare efficacia alla riforma, saranno necessari “decreti ministeriali, circolari e atti, una serie di provvedimenti attuativi per fare in modo che la legge diventi una realtà concreta nel rapporto diretto con le organizzazioni interessate sul territorio” ha precisato il ministro.
Come ha spiegato il sottosegretario al Lavoro, Luigi Bobba, “dei 190 milioni di dotazione finanziaria, il 60% è dedicato a incentivi di carattere fiscale come l’incremento delle detrazioni per quanto riguarda le donazioni dei cittadini verso queste organizzazioni”.
Tra i punti principali della riforma, “la definizione di cosa sia il Terzo settore” e il “registro unico” che sarà “un unico punto di riferimento, gestito dalle regioni su un’unica piattaforma nazionale. Questo significa più trasparenza e informazioni più ricorrenti. Per le istituzioni, migliore conoscenza dei soggetti a cui si erogano i fondi”.
Dal punto di vista delle risorse, ci sarà inoltre “un fondo per i progetti innovativi” che, per il primo anno, avrà una dotazione di 65 milioni. “Con le risorse nel primo anno – prosegue Bobba – si andrà a incrementare il fondo per il servizio civile in modo da mantenere anche per il 2018 lo standard di quest’anno, con circa 50mila posti disponibili”. Il 5 per mille sarà erogato con meccanismi più rapidi e “i beneficiari dovranno rendere conto con una informazione sostanziale su come impiegheranno le risorse che il cittadino destina con questo meccanismo di sussidiarietà fiscale”.


Chi pagherà la Brexit? Regioni e agricoltori


di Annarita D’Agostino

La Brexit minaccia la tenuta del bilancio UE post-2020 e gli europei saranno costretti a scegliere: o più coesi o più sicuri, o più agricoltura o più terrorismo. A lanciare l’allarme e a farsi carico di annunciare l’arrivo di “scelte dure” è la Commissione europea, in un documento di riflessione sul futuro delle finanze europee nel quale ha disegnato alcuni scenari in vista dell’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. Scenari non solo possibili ma anche probabili visto che la Gran Bretagna era un contributore netto: con la Brexit “mancheranno 10-11 miliardi ogni anno al bilancio Ue” spiega il commissario al bilancio Günther Oettinger, e quindi saranno necessari tagli “nei prossimi 10 anni”.
Inoltre, per finanziare le nuove priorità stabilite dall’UE – immigrazione, lotta al terrorismo, difesa comune – saranno necessari almeno 15 miliardi all’anno, per cui secondo fonti comunitarie il ‘buco’ arriverebbe ai 25 miliardi. “Lo status quo non è un’opzione” si legge nel paper della Commissione UE, e “dovranno essere fatte scelte dure”.
Diverse le ipotesi in campo: aumentare le risorse proprie, seguendo le indicazioni di Mario Monti nel suo ‘libro bianco’ (ad esempio incassando introiti da una ‘carbon tax’ o dall’Etias, il sistema di visti Ue); ridurre e razionalizzare la spesa attuale in base al profilo futuro scelto fra gli scenari identificati dal ‘White Paper’ della Commissione UE (con meno compiti, uguale, a più velocità, oppure ancora più integrata?).
In ogni caso, sembra inevitabile che la scure dei tagli si abbatta sui capitoli di spesa più importanti: i fondi per la coesione destinati alle regioni e quelli per l’agricoltura. Una scelta che non può essere presa alla leggera, visto che colpisce ambiti fondamentali e storici delle politiche europee. E la stessa Commissione europea mostra consapevolezza della gravità della decisione, tanto da rinviare la presentazione della sua proposta del prossimo quadro finanziario post 2020 “alla primavera o all’inizio dell’estate del prossimo anno” anziché, come previsto dal calendario, entro la fine di quest’anno, “soprattutto perché a quel punto conosceremo quali saranno le conseguenze finanziarie della Brexit”.


Confindustria non vede ancora la fine del tunnel


di Annarita D’Agostino

Siamo lenti, troppo lenti: è questo il dato complessivo che emerge dal rapporto sull’economia italiana diffuso oggi dal Centro Studi Confindustria. Con l’occupazione che rallenta, il rapporto deficit/pil stagnante e l’erogazione del credito debole, il tenue rialzo del pil segnalato dalle imprese non è foriero di buone notizie per il nostro sistema produttivo. Anzi: se è vero che il Csc rivede le precedenti stime per il 2017 e il 2018 del +0,8% e +1%, i numeri dicono che si scenderà dall’1,3% all’1,1% fra un anno. L’andamento trimestrale “più vivace” è determinato unicamente dall’accelerazione del commercio mondiale e dalla conseguente più veloce espansione delle esportazioni italiane.
Sull’andamento del Paese continua a pesare la mancanza di lavoro: nel 2017 e nel 2018 la crescita dell’occupazione rallenterà allo 0,9% e allo 0,8% dal +1,4% del 2016, le unità di lavoro saranno ancora – 900mila rispetto ai livelli pre-crisi e il tasso di disoccupazione sarà di poco inferiore al 10%. Anche se “tra il quarto trimestre 2013 e il primo trimestre 2017 – rileva il Csc – si sono registrati +730 mila occupati rispetto al punto minimo toccato nella seconda metà del 2013” non si devono dimenticare “né i 7,7 milioni di persone cui manca il lavoro, in tutto o in parte, né l’alta disoccupazione di lunga durata (ossia da almeno 12 mesi, quasi il 60% del totale) né l’elevata disoccupazione giovanile, che sta alimentando una forte emigrazione dall’Italia all’estero e dal Sud al Nord”.
A ciò si aggiunge una lentissima discesa del deficit pubblico, che si fermerà al 2,3% del pil quest’anno e al 2,4% nel 2018, e del rapporto debito/pil che sarà al 133,2% nel 2017 e al 133,7% nel 2018 dal 132,6% registrato lo scorso anno.
Le imprese provano a ripartire accelerando gli investimenti (+2,6% nel 2017 e +2,9% nel 2018) ma l’erogazione di credito alle imprese è “ancora debole” (-0,2% medio al mese nei primi 4 mesi del 2017) e le sofferenze del sistema produttivo italiano restano “stabili”.


Infortuni sul lavoro in forte crescita


di Claudia Tarantino

Dalla Nota trimestrale sulle tendenze dell’occupazione emerge una forte – e preoccupante – crescita degli incidenti sul lavoro, con oltre 7 mila denunce in più giunte all’Inail quest’anno rispetto allo stesso periodo del 2016. Tra gli infortuni sul lavoro, quelli con esito mortale denunciati sono stati 190, contro i 169 del primo trimestre 2016.

L’Inail spiega che ci sono almeno tre fattori da tenere presenti nell’analizzare questi dati.

Il primo riguarda i due gravi incidenti di gennaio 2017 (la valanga sull’albergo di Rigopiano e la caduta dell’elisoccorso a Campo Felice) che hanno inciso in maniera significativa sul numero totale di decessi verificatisi nel corso dello svolgimento dell’attività lavorativa.

Un altro aspetto importante è legato al maggior numero di giorni lavorativi (64 nel primo trimestre 2017 contro i 62 dell’anno precedente), anche se, in questo caso, la differenza tra i due periodi di riferimento è davvero esigua, trattandosi di soli due giorni in più.

Infine, un altro elemento che avrebbe giocato un ruolo decisivo è stato l’aumento dell’occupazione, perché si sa che più lavoratori sono in campo, più aumenta il rischio di infortuni. Ma, anche in questo caso, il tasso di occupazione nel primo trimestre del 2017 ha segnato una crescita di soli due decimi di punto rispetto al trimestre precedente: una quantità davvero ‘esigua’ rispetto al tragico aumento degli infortuni e delle morti sul lavoro.

Resta perciò il fatto che, anche a dati ‘depurati’ dai fattori contingenti appena elencati, ci troviamo di fronte a cifre ancora troppo alte che richiamano la necessità di maggiore sicurezza sul lavoro.

E’ importante notare che poco meno di un quarto dei decessi (22 mila su un totale di 134mila) è avvenuto nel corso di spostamenti. L’incremento ha quindi riguardato esclusivamente gli infortuni in occasione di lavoro (+18,5%).

Infine, a fronte di un calo in agricoltura (10 decessi in meno), l’aumento si concentra soprattutto nell’industria e nei servizi (+31 decessi), a partire da commercio, sanità e trasporto-magazzinaggio.


L’intersezione tra terrorismo internazionale e migrazioni


di Barbara Faccenda

La relazione tra terrorismo internazionale e le varie forme di migrazione è complessa. In virtù di ciò si ritiene necessario chiarire dapprima il significato dei due termini oggetto della discussione: migrazione e terrorismo.

Migrazione: si riferisce all’immigrazione (in-migrazione) o all’emigrazione (movimento verso l’esterno) di persone o gruppi di persone da un paese ad un altro luogo usualmente distante, con l’intenzione di stabilirsi alla destinazione, temporaneamente o permanentemente. Questo processo può essere volontario o forzato, regolare (legale) o irregolare (illegale) all’interno di un paese o al di là delle frontiere internazionali. I rifugiati sono un sotto-gruppo di migranti internazionali che cercano asilo o che hanno ottenuto una protezione all’estero secondo i termini della Convenzione ONU sui rifugiati del 1951.

Terrorismo: si riferisce ad una strategia di comunicazione politica per la manipolazione psicologica delle masse dove civili non armati (e non combattenti come prigionieri) sono deliberatamente perseguitati allo scopo di impressionare terze parti (ad esempio intimidire, costringere o influenzare un governo o una sezione della società o l’opinione pubblica internazionale) con l’aiuto di violenza dimostrativa di fronte al pubblico e/o per la copertura in massa anche sui social media. Il terrorismo di attori non statali è spesso una strategia di provocazione che ha come obiettivo una polarizzazione della società e un incremento del conflitto, mentre il terrorismo dello stato o del regime è utileall’obiettivo di repressione e controllo sociale. Il terrorismo come guerra psicologica è anche una tattica irregolare e illegale nel conflitto armato che può essere utilizzata da una o entrambe le parti.

Nell’approcciarsi al dibattito sull’intersezione tra terrorismo e migrazione è importante prestare attenzione alle generalizzazioni perché c’è il rischio di alimentare un sentimento anti-immigrazione quando vengono formulate affermazioni non dimostrabili sulla migrazione come minaccia alla sicurezza nazionale. Sicuramente sappiamo che paesi e regioni dove l’estremismo violento è diffuso: Siria, Iraq, Afghanistan, Nord Nigeria, Mali, Yemen per fare alcuni esempi, sono tra i principali paesi che dislocano significativi numeri di persone. Una delle sfide concettuali che pone l’intersezione tra terrorismo e migrazione è che è sempre più difficile discernere le motivazioni individuali o la relativa ponderazione di esse collegate alla causa della dislocazione. Le persone che scappano da un conflitto armato, da una guerra civile, di solito, nel ponderare la decisione di muoversi lontano dalla zona di guerra, scompongono in fattori le variabili economiche e sociali; non è insolito che considerino elementi come la disponibilità di lavoro, opportunità future (accesso all’educazione, assistenza sanitaria). In ragione di ciò è importante distinguere le cause sottostanti la dislocazione, come il conflitto, il collasso dello Stato o la persecuzione, da fattori come la disoccupazione, il cibo, posto che spesso è la mancanza proprio del cibo che innesca lo spostamento.

La stessa sfida concettuale si applica nel differenziare il terrorismo da il più ampio contesto ambientale in cui fiorisce come un fattore chiavedello spostamento. Alcune persone, specialmente minoranze religiose nel Medio Oriente, incluso i cristiani e i yazidi, abbandonano la Siria e l’Iraq a causa della diretta persecuzione da parte dello “Stato islamico” (IS). Scappano a causa del fallimento della capacità dello Stato, o dalla mancanza di volontà dellostesso, di proteggerli. Possono scappare anche coloro che non sono perseguitati ma che vogliono fuggire dalle zone di conflitto armato.

Il terrorismo di attori non statali è spesso uno dei fattori decisivi della migrazione forzata, questo tipo di dislocazioni sono spesso dei prodotti non intenzionali di gruppi terroristici e alle volte una politica deliberata. Le prove limitate sullo spostamento causato direttamente da gruppi terroristici indicano che spesso la dislocazione è un obiettivo deliberato e non meramente una conseguenza. Nel nord della Nigeria, per esempio, BokoHaram ha rapito donne, reclutato forzatamente bambini e uomini, assediato interi villaggi, forzando l’immediata evacuazione.

Dal momento che il terrorismo nella forma di guerra irregolare e terrorismo statale sono difficili da slegare quando il nemico è interno, e mentre alcune forme di violenza politica e di conflitto armato sono meglio racchiuse sotto altre classificazionidiverse dal terrorismo (crimini contro l’umanità, crimini di guerra, gravi violazioni dei diritti umani), ciò nondimeno può essere asserito che il terrorismo statale è stata la maggiore e forse anche la principale causa di migrazioni forzate nel caso della Siria. La cecità di molti governi sul terrorismo statale di regimi alleati, unitamente alla generale ossessione degli Stati sugli attori non statali terroristi, ha contribuito ad ignorare uno dei più potenti fattori chiave di migrazioni forzate: il terrorismo statale o di regime. Parzialmente ciò è dovuto al fatto che i paesi che fanno esperienza di terrorismo statale sono anche quelli che fanno esperienza di terrorismo di attori non statali. In tali casi causa ed effetto, azione e reazione sono difficili da separare, più alungo la spirale della violenza tit-for-tat continua, più a lungo la situazione all’interno del paese si complica.

Il finanziamento dei gruppi estremisti terroristici transnazionali attraverso la migrazione

La fuga dellepersone dalle zone di attacco dei terroristi o di conflitto, è spesso difficile e pericolosa; essi devono cercare l’assistenza di facilitatori, in molti casi dei trafficanti criminali per passare o aggirare i posti di blocco nelle zone di conflitto e attraversare frontiere internazionali. Organizzando dei blocchi stradali i gruppi terroristici transnazionali spesso direttamente controllano e tassano coloro che vogliono scappare o costringono i trafficanti a dividere i profitti con loro. Nel caso della Libia, l’IS controlla una distesa di circa 260 km di costa del Mediterraneo vicino Sirte. Ci sono prove che indicano che i trafficanti di esseri umani lì devono dividere i loro profitti con le organizzazioni terroristiche, incluso l’IS. Questo tipo di denaro che può essere guadagnato con il traffico di esseri umani è secondo solo ai ricavi che possono essere ottenuticon il traffico di droghe. In sostanza: la tattica del terrorismo induce nelle persone paura per la propria vita che tende a causare l’emigrazione. Questa migrazione, a sua volta, permette, se tassata, il finanziamento digruppi transnazionali terroristi.

È necessario comprendere che il terrorismo è spesso una strategia di provocazione. Coloro che s’impegnano in esso cercano di provocare una reazione eccessiva. Minor informazione di intelligence un governo possiedesul luogo e l’identità di perpetratori di atti di terrorismo, maggiore è la probabilità che le forze di polizia giudiziaria o di sicurezza utilizzino un approccio severo che ha come obiettivo un intero segmento della società con cui i terroristi vengono associati. Questo è spesso parte del calcolo terrorista: la repressione, essi argomentano, aprirà gli occhi di quelle persone e poi esse vedranno il governo come un’ “entità demoniaca”, e ciò dovrebbe fare in modo che molti si rivolgano ai terroristi fornendogli sostegno e nuove reclute. È un calcolo cinico per provocare la repressione contro lo stesso segmento che i terroristi rivendicano di difendere, ma questa è la mancanza di moralità e la scaltra strategia di molti terroristi.

Stato islamico e migrazione

Sembra che l’IS sia più preoccupato che i rifugiati si integrino con successo nella vita in occidente. Ciò è stato reso chiaro già dal settembre 2015 quando il gruppo diffuse 14 video in 3 giorni avvertendo le popolazioni musulmane di non migrare verso Dar al-Harb (“la terra di guerra” o di incredulità), invece incoraggiandoli a restare ed unirsi al califfato. Aaron Zelin ha fatto notare che “il flusso di migranti in Europa è un anatema per l’IS, mina il messaggio del gruppo che il califfato sia un rifugio”. Data l’assoluta importanza per l’IS della propria abilità di conquistare e mantenere terreno, viene da chiedersi perché l’IS dovrebbe mandare via combattenti esperti in grandi numeri a condurre attacchi che potrebbero essere lasciati a simpatizzanti che sono già in occidente a costo zero per l’organizzazione? Infatti, sottoposto a grande pressione, sembra che l’IS abbia stabilito unità di specialisti per prevenire e dissuadere potenziali disertori già dalla fine del 2015. È chiaro che l’IS nutra interesse nell’esagerare la minaccia associata con i rifugiati per molteplici ragioni, non da ultimo l’amplificazione della percezione della portata e della capacità dell’organizzazione. Ciò aumenta l’opposizione occidentale nell’accettare i rifugiati e consente all’IS di presentare il califfato come un’alternativa attrattiva.

Tutto ciò pone in questione la credibilità della strategia del cavallo di Troia, dato che la priorità numero uno dell’IS sembra essere attirare persone verso i suoi territori, piuttosto che mandarli via. Anche se ogni singolo combattente IS (secondo alcune stime 30,000) dovesse venire in occidente mascherato da rifugiato, rappresenterebbe meno del 4% dei recenti migranti in Europa. Un tale tipo di scenario è meno che plausibile. Malgrado l’isteria circa l’IS che infiltra le popolazioni di rifugiati, le evidenze finora sono state insufficienti.

Tenere i terroristi fuori dai confini nazionali è un obiettivo legittimo ma l’efficacia del controllo delle frontiere è limitata dal fatto che molti terroristi sono “homegrown” (locali) o sono stranieri con un permesso di residenza legale. Alle volte il terrorismo è importato non da stranieri ma da cittadini che sono stati (ulteriormente) radicalizzati. Questo pone un limite a quello che il controllo della migrazione può fare per fermare il terrorismo. H. Cinoglu e N.Atunhanno ragionato sul perché malgrado non ci sia un collegamento organico tra la migrazione internazionale e il terrorismo internazionale sia gli Stati Uniti che i paesi dell’UE si focalizzino sulle politiche migratorie e di controllo delle frontiere nel combattere il terrorismo. Essi hanno notato alcuni svantaggi: creando un collegamento artificiale tra gli immigrati e il terrorismo si creano ansia e eccessi di rabbia nelle società degli immigrati e aumentano sentimenti ostili contro lo stato. In queste situazioni, l’ostilità contro gli stranieri (xenophobia) cresce unitamente alla possibilità di conflitto tra gruppi sociali. Attaccare l’ideologia dei terroristi e le loro infrastrutture organizzative è unavia piùpromettente che il controllo di tutti gli individui nei loro movimenti nella speranza di prendere alcuni terroristi tra loro. Il pericolo più grande sembra essere la potenziale radicalizzazione e il reclutamento del terrorismo di piccoli numeri di rifugiati nel medio e lungo termine (dopo che sono arrivati) che potrebbe essere facilitato da jihadisti basati in occidente. Questo non vuol dire che nessun terrorista jihadista non ricavi vantaggi dell’odierna crisi per scivolare nascosto in occidente, ma questi casi sono presumibilmente relativamente rari. A dicembre 2015 il numero di rifugiati terroristi era di 26, nello stesso periodo il numero di rifugiati in Europa era di 1 milione, quindi l’0,003% (dati tratti dallo studio su terrorismo e migrazioni di massa di S. Mullins).

Peter Neumann, il direttore del centro internazionale per lo studio della radicalizzazione a Londra afferma di non essere a conoscenza di evidenze empiriche che dimostrerebbero che gli immigrati di prima generazione siano particolarmente ricettivi dei messaggi estremisti. Le persone che sono appena scappate dalla guerra civile, dall’oppressione o dalla povertà è improbabile che siano interessate ad attaccare la stessa società che ha dato loro salvezza.

Sebbene le autorità di contro-terrorismo abbiano un chiaro ruolo nel gestire il flusso di rifugiati in occidente, deve essere reiterato che non è un problema primario di contro-terrorismo.Raggiungere una più accurata comprensione delleconnessioni – o della relativa mancanza di esse – tra la migrazione di massa ed il terrorismo in occidente aiuterà i decisori politici anche ad elaborare programmi per il controllo dei rifugiati dopo l’arrivo in EU più adeguati, mentre simultaneamente può disinnescare le paure che possonopeggiorare la situazione.