“La questione del lavoro è centrale”. Lo dice anche Bankitalia


di Caterina Mangia

“La questione del lavoro è centrale”. E’ su questo tema che “vediamo l’eredità più dolorosa della crisi”.
E’ questa la priorità stabilita dal governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, nelle sue considerazioni finali all’assemblea dell’Istituto. Nella vasta platea di autorità hanno partecipato, tra gli altri, il presidente della Bce Mario Draghi e il segretario generale dell’Ugl Francesco Paolo Capone.
Di seguito i principali argomenti affrontati nella sua relazione:
OCCUPAZIONE – Secondo Visco, “i pur significativi benefici in termini di occupazione” derivanti dai tagli dei costi operati in passato “si sono rivelati effimeri perché non sono stati accompagnati dal necessario cambiamento strutturale di molte parti del nostro sistema produttivo”.
PIL – Le conseguenze sull’economia della doppia recessione, ha aggiunto il numero uno dell’Istituto di via Nazionale, sono state più gravi di quelle della crisi degli anni Trenta, con un Pil che, “agli attuali ritmi di crescita, tornerebbe sui livelli del 2007 nella prima metà del prossimo decennio”. L’Italia resta inoltre indietro rispetto alla media europea: l’aumento del prodotto interno lordo, che nell’area euro “dovrebbe essere prossimo al 2 per cento”, in Italia sarebbe soltanto della metà.
DEBITO PUBBLICO E CREDITI DETERIORATI – Secondo il governatore, a rendere “vulnerabile” l’economia italiana alle turbolenze sui mercati e ad “amplificare gli effetti delle fluttuazioni cicliche” sono principalmente il debito pubblico e i crediti cosiddetti deteriorati, che “riducono i margini di manovra dello Stato e degli intermediari finanziari”; l’elevato debito, in particolare, “è un fattore di vulnerabilità grave, condiziona la vita economica del paese”. Visco ha poi citato il presidente emerito della Repubblica e governatore onorario Carlo Azeglio Ciampi, scomparso a settembre: “un programma di riduzione del debito pubblico credibile
può rafforzarsi da sé. Si può innescare un circolo virtuoso simile a quello che ci consentì di aderire all’euro. Non potremmo rendere un tributo migliore alla memoria di Carlo Azeglio Ciampi, che quel programma definì e mise in atto”.
RIFORME E INVESTIMENTI PUBBLICI – Alla luce del quadro illustrato, secondo il governatore si deve agire con efficacia e determinazione: “sul terreno delle riforme, su quello della finanza pubblica, per le banche servono altri passi in avanti, non retromarce”. Altro elemento da affrontare tempestivamente è quello relativo alla spesa riguardante gli investimenti pubblici, che “deve tornare a crescere”, perché è “in calo dal 2010”. “L’adeguamento strutturale dell’economia – ha proseguito – richiede di continuare a rimuovere i vincoli all’attività d’impresa, incoraggiare la concorrenza, stimolare l’innovazione”.
BANCHE – Secondo il governatore della Banca d’Italia, gli istituti bancari italiani “devono proseguire con assiduità nella razionalizzazione della rete degli sportelli, nella revisione, anche profonda delle strutture di governance, nella riduzione dei costi di lavoro a tutti i livelli”. I casi di crisi di diverse banche italiane “sono stati risolti o sono in via di soluzione” ma la riorganizzazione è necessaria anche per gli istituti sani: “va chiusa – ha detto il governatore – l’eredità della doppia recessione, che le nostre banche hanno subito, non determinato. Non è in crisi il ‘sistema’ bancario, ma
la sua forza è indissolubilmente connessa con la forza dell’economia”.
POLITICA – Con le dovute misure, ovvero con politiche economiche di “veduta lunga”, che mettano “in evidenza i benefici per i cittadini”, c’è spazio per guardare al futuro con maggiore speranza: Visco si è definito “fiducioso che, al di là dell’incertezza politica, il nostro Paese saprà ottenere risultati che servono l’interesse generale, tenendo conto di chi resta indietro e di chi arretra, liberando l’economia da inutili vincoli, rendite di posizione, antichi e nuovi ritardi”. Tutto ciò a patto che il consenso vada ricercato “con la definizione di programmi chiari, ambiziosi, saldamente fondati sulla realtà”.
EUROPA – Per quanto riguarda l’Europa, secondo il governatore di Bankitalia
“manca un’efficace azione di coordinamento” tra i piani nazionali e sovranazionali sulla “gestione” delle crisi bancarie. Visco invita inoltre la Commissione europea a muoversi con tempestività sull’ipotesi di una “bad bank” europea: “l’incertezza rallenta la definizione delle transazioni in corso, scoraggia quelle che potrebbero realizzarsi nei prossimi mesi”.


Istat: a maggio inflazione rallenta, ma solo dello 0,2%


di Claudia Tarantino

Seguendo la scia di quella europea, anche l’inflazione del nostro Paese a maggio rallenta, segnando -0,2% su base mensile. Una frenata, tutt’altro che brusca, dovuta principalmente ai prezzi di alcune tipologie di prodotto, la cui crescita si riduce di ampiezza pur rimanendo sostenuta. “È il caso – spiega l’Istat presentando le stime preliminari – degli Energetici non regolamentati (+6,8%, da +9,1% di aprile), dei Servizi relativi ai trasporti (+3,2%, da +5,5%) e degli Alimentari non lavorati (+3,7%, da +4,7%)”.

In particolare, i prezzi dei Servizi relativi ai trasporti hanno risentito dell’effetto di fattori stagionali che – secondo l’Istituto di statistica – sono di “segno opposto a quelli che ne avevano determinato la forte crescita ad aprile”, cioè festività pasquali e festa della Liberazione.

Quindi, pur segnando un passo indietro su base mensile, l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, registra un aumento dell’1,4% rispetto a maggio dello scorso anno (era +1,9% ad aprile).

L’inflazione acquisita per il 2017 è pari a +1,2% per l’indice generale; +0,6% per la componente di fondo.

I prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona, quelli che compongono il cosiddetto ‘carrello della spesa’, salgono a maggio dello 0,1% su base mensile e dell’1,6% su base annua, quindi di più rispetto al dato generale (+1,4% annuo). Sempre per gli stessi beni, la crescita annua ad aprile era stata pari all’1,8%.

Mentre i prezzi dei prodotti ad alta frequenza di acquisto aumentano dello 0,1% in termini congiunturali e dell’1,8% su base annua, in attenuazione da +2,2% del mese precedente.
Secondo le stime preliminari, l’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) diminuisce dello 0,2% su base mensile e sale dell’1,5% su base annua (da +2,0% di aprile).


L’Istat certifica ‘ottimismo’ ma lavoro resta precario


di Antonella Marano

“Crescono i posti di lavoro, disoccupazione al minimo. Premiate le scelte di questi anni. Fiducia nell’Italia e impegno che continua”. Il premier Gentiloni ‘cinguetta’ così sul suo profilo twitter. Ma l’ottimismo del Governo non corrisponde a realtà. Sarebbe il caso di chiederlo ai tanti giovani del nostro Paese che o accettano lavori e contratti precari o preferiscono formarsi o stabilizzarsi all’estero. Sarebbe il caso di chiederlo anche agli over 50 che vivono nel limbo di una costante incertezza e instabilità economica perché si sono ritrovati senza lavoro o perché non hanno mai avuto la ‘fortuna’ di trovare un posto ‘fisso’. Chiedetelo alle tante famiglie italiane se la ripresa, al momento, resta solo un miraggio.
Con una disoccupazione giovanile ben al di sopra della media europea, la terza più alta dopo Grecia e Spagna, e la ripetuta compensazione fra disoccupati e inattivi, il nostro Paese non può aspirare ad alcuna ripresa. Il mercato del lavoro resta un pantano, sia per i giovani che per i lavoratori e disoccupati maturi.
In occasione delle celebrazioni per il Primo Maggio l’Ugl aveva presentato una ricerca che conferma questo quadro drammatico: 5 milioni di giovani fra disoccupati e scoraggiati, e solo 40 su 100, dai 15 ai 34 anni, con un lavoro”.
E’ chiaro che l’unica soluzione è la realizzazione di un piano di sviluppo industriale che promuova le produzioni e quindi porti alla creazione di nuova occupazione, superando gli effetti negativi del Jobs Act, del quale va rivisto in toto l’impianto. Sarebbe necessario lo sblocco del turn over negli enti locali, nel comparto Sanità e soprattutto in quello Sicurezza; servono incentivi per assumere i più giovani con contratti stabili e regolarmente retribuiti, superando i limiti evidenti di Garanzia Giovani.
Ecco, sarebbe il caso di pensare a tutto questo, prima di gioire di fronte a dei ‘freddi’ dati.

I DATI ODIERNI DELL’ISTAT
Secondo l’Istat ad aprile il dato relativo ai senza lavoro scende all’11,1 per cento, con un calo di 0,4 punti percentuali su mese e di 0,6 punti su anno, toccando il minimo da settembre 2012. Tra i giovani, il tasso di disoccupazione si conferma al 34%.

Il mese scorso, quindi – secondo quanto affermato dall’Istat – il mercato del lavoro italiano ha visto una crescita degli occupati di 94mila persone. +0,4% rispetto a marzo per un tasso del 57,9% e ai massimi dal 2009. Ma gli statistici sottolineano un fenomeno che ha caratterizzato la ripresa del lavoro nel Belpaese negli ultimi tempi: l’aumento degli occupati – “che si rileva sia per le donne sia soprattutto per gli uomini, interessa le persone ultracinquantenni e in misura minore i 25-34enni, mentre si registra un calo nelle restanti classi di età”. A ‘sporcare’ il buon dato sulla diminuzione di disoccupati c’è la leggera crescita degli inattivi, ovvero coloro che non hanno occupazione né la cercano: sono saliti dello 0,2%, +24 mila persone, soprattutto nella fascia tra 15-24 e 35-49 anni.

La differente marcia del lavoro a seconda delle fasce di età è evidente anche su base annua: rispetto all’aprile del 2016 gli occupati sono saliti di 277mila, grazie alla spinta dei dipendenti (+380 mila, di cui +225 mila a termine e +155 mila permanenti), mentre calano gli indipendenti (-103 mila). Avverte l’Istat: “La crescita è particolarmente accentuata tra gli ultracinquantenni (+362 mila) e più contenuta tra i 15-34enni (+37 mila), mentre calano i 35-49enni (-122 mila)”. Sempre su base annua diminuiscono i disoccupati (-4,8%, pari a -146 mila) e gli inattivi (-1,4%, pari a -196 mila)”. Nuovo record in Germania: disoccupati al 5,7%


La Gefar ‘monitora’ il benessere dei dipendenti con la sua App


E’ valdarnese la prima App che è in grado di misurare il grado di soddisfazione e di benessere dei lavoratori di un’azienda. Si tratta della GefarApp, sviluppata dallo studio Gefar di Montevarchi , società che si occupa dal 1995 di amministrazione del personale dipendente e consulenza del lavoro.
In sintesi il lavoratore può esprimere ogni mese, in forma rigorosamente anonima con un sistema a punteggi, il proprio livello di soddisfazione, su quattro argomenti scelti dall’azienda, a proposito del proprio grado di soddisfazione lavorativo e la propria predisposizione alla carriera. Il responsabile delle risorse umane potrà consultare i risultati sul grado di soddisfazione medio dei dipendenti, raggruppati per settore, qualifica, livello contrattuale, sesso, età, anzianità lavorativa e periodo.
Obiettivo dell’applicazione è misurare il benessere dei lavoratori e aumentare così la produttività dell’azienda dando il giusto peso alla componente umana.
Sviluppata a fine 2016 e implementata da poche settimane, la app è stata sottoposta anche al vaglio di avvocati giuslavoristi e alle rappresentanze sindacali, che hanno dato il nulla osta. Presentata alle aziende, soprattutto nel ramo alberghiero e ristorativo, ha già ottenuto le prime adesioni, a partire dal gruppo Eleva, che gestisce importanti hotel e centri termali.


Inps, più pensioni nel pubblico, un quinto sotto i 1000 euro


Salgono il numero e gli importi delle pensioni dei dipendenti pubblici, ma quasi un quinto degli assegni è sotto i 1000 euro al mese, e più della metà non supera i 2000 euro: sono i dati che emergono dall’ultima analisi dell’Osservatorio Inps.
Le pensioni della Gestione dipendenti pubblici in vigore nel 2017 sono 2.843.256, per un importo complessivo annuo di 67.577,3 milioni di euro e un importo medio mensile pari a 1.828,27 euro. Rispetto ai dati registrati nel 2016, il numero delle pensioni cresce dell’ 0,8% e gli importi annui dell’1,9%.  Ma il 17,5% delle pensioni pubbliche ha un importo mensile inferiore ai 1.000 euro, il 50,9% tra 1.000 e 1.999,99 euro e il 23,4% di importo tra 2.000 e 2.999,99; solo l’8,3% ha un importo dai 3.000 euro mensili lordi in su.
La maggior parte dei trattamenti pensionistici, il 59,2%, pari a oltre 1 milione e seicentomila assegni, è erogato dalla Cassa trattamenti pensionistici dipendenti statali (Ctps), seguita dalla Cassa Pensioni dipendenti enti locali (Cpdel) con il 37,6%, mentre le altre casse si dividono il rimanente 3,2% del totale.
Il 56,4% delle pensioni sono di anzianità o anticipate, con importi complessivi annui pari a 41.980,4 milioni di euro; il 13,6% sono pensioni di vecchiaia, per un importo complessivo di 11.185,1 milioni di euro; le pensioni di inabilità sono l’8,1% e il restante 22% è costituito, complessivamente, dalle pensioni erogate ai superstiti di attivo e di pensionato. Inoltre, si osserva che il 58,6% del totale dei trattamenti pensionistici è erogato alle donne, contro il 41,4% erogato agli uomini.
Le pensioni a carico della Gestione ex Enpals in vigore all’inizio del 2017 sono 57.008, in calo dell’1,1% rispetto alle 57.637 di inizio 2016, di cui 54.750, la quasi totalità, a carico della gestione dei lavoratori dello spettacolo e 2.258 (il 4%) a carico del fondo degli sportivi professionisti. L’importo medio mensile di queste pensioni, considerando la gestione nel complesso, è pari a 1.246 euro; singolarmente, invece, per i lavoratori dello spettacolo è pari a 1.220 euro, per agli sportivi professionisti a 1.887 euro. Inoltre, mentre la classe di maggior rilievo nel fondo dei lavoratori dello spettacolo è quella con importi inferiori a 750 euro (44,9%), nella gestione degli sportivi professionisti è quella compresa fra 1.500 e 3.000 euro (49,3%).


Ilva, le due cordate prevedono 6 mila esuberi. No dei sindacati


di C.P.

Rabbia e delusione al termine dell’incontro al ministero dello Sviluppo Economico su Ilva. Entrambi i piani presentati da Am Investco (la cordata Arcelor Mittal-Marcegaglia) e da AcciaiItalia per l’acquisizione (Jindal-Arvedi-Cdp-Del Vecchio) prevedrebbero, infatti, 5-6mila esuberi, “inaccettabili” per i sindacati.
L’incontro, a cui erano presenti il ministro Carlo Calenda, i commissari per la presentazione dei piani e i segretari nazionali di Ugl Metalmeccanici, Fiom, Fim e Uilm, è stato aggiornato al 1°giugno.
Gli occupati degli impianti Ilva, in Italia, sono attualmente 14.200. Stando a quanto riferiscono i sindacati nel piano di ArcelorMittal-Marcegaglia sono previsti 4.800 esuberi nella fase iniziale e poi ulteriori 1.000. Gli occupati, in sostanza, scenderebbero immediatamente a quota 9.400 fino ad arrivare a 8.400 nel 2023. Il piano AcciaiItalia prevede invece un organico iniziale di 7.800 lavoratori (dunque 6.400 esuberi in una prima fase). Nel tempo però l’organico tornerebbe a salire e nel 2023 si avrebbero 10.300 lavoratori.
La proposta della cordata Am Investco – secondo quanto riportato da Adnkronos – prevede che la produzione, che oggi è a 5.7 mt, sia riportata entro il 2024 “8 mt con il mantenimento del ciclo produttivo in atto sostenendo la produzione anche con l’utilizzo di semilavorati (bramme) a Genova e Taranto. La ripresa produttiva secondo il piano sarà sostenuta ripristinando l’area a caldo di Taranto, delle cokerie e dell’agglomerato e degli altiforni 1, 2, 4 fino al completamento del piano ambientale e la successiva riattivazione di Afo5”.
Nel confronto tra i due piani Am investCo. e AcciaItalia, sempre secondo quanto riferito dall’agenzia, emerge un costo medio annuo del personale che per Am InvestCo è di 52mila euro, mentre il piano AcciaiItalia è di 43mila euro.
Attualmente la cordata su cui hanno espresso parere favorevole i commissari è stata quella di Am Investco Italy, mentre AcciaItalia, superata nel punteggio finale, sta provando in queste ore l’ultimo assalto, “chiedendo – secondo quanto riporta il Sole 24 Ore – la possibilità di un rilancio che le permetta di colmare (o superare) l’offerta economica di ArcelorMittal”. Ieri, in vista del tavolo ministeriale, il ministro Calenda ha incontrato Sajjan Jindal e Lucia Morselli di Cdp, rappresentanti della cordata Acciaitalia, proprio per tentare il ‘colpo’. Sempre secondo il Sole 24 Ore “il rilancio proposto è stato di ulteriori 600 milioni di euro sul precedente prezzo di acquisto di 1,2 miliardi di euro”.


L’austerità non fa crescere


di Nazzareno Mollicone

Il numero del 29 maggio scorso di “L’economia”, che è l’allegato settimanale del “Corriere della Sera“, reca alle pagine 6 e 7 la recensione di un libro di Veronica De Romanis, professoressa presso la nota “Stanford University” della California. Il libro è intitolato “L’austerità fa crescere: quando il rigore è la soluzione” e reca un’analisi di tutti i Paesi europei, sottoposti al regime di austerità finanziaria imposta negli ultimi anni dalla Commissione Europea per vederne gli effetti sia in termini politici che in termini di spesa pubblica e crescita del p.i.l.
Dal punto di vista politico, che è quello che c’interessa meno, l’analisi della professoressa indica lo scarso effetto che le restrizioni imposte dall’austerità hanno avuto sulle elezioni ed i governi perché negli anni dal 2008 al 2015 solo otto governi, su 28, sono stati rieletti, e solo in due casi (Grecia e Portogallo) il nuovo governo ha attuato un cambio di azione politica economica. Questo però non significa che negli altri diciotto casi il cambio di governo non sia stato causato dalle politiche di austerità, tant’è vero che i nuovi governi hanno cercato di cambiare strategia in qualche aspetto.
Ma l’analisi si fa più concreta quando collega la politica di austerità ai risultati economici. Pur diminuendo la spesa pubblica, in cinque Paesi presi in esame (Francia, Gran Bretagna, Irlanda, Italia, Spagna) il prodotto interno lordo (che è l’indice che segnala lo sviluppo economico) è diminuito od è rimasto statico: gli unici incrementi (si fa per dire…) sono stati quelli dell’Italia, dallo 0,8% del 2015 allo 0,9% del 2016, e della Spagna, dal 3% del 2015 al 3,2% del 2016. Da rilevare tuttavia che tutta l’area dei Paesi che adottano l’Euro, e su cui per disposizione della “Banca Centrale Europea” si sono maggiormente applicate le politiche di austerità, ha fatto registrare dal 2015 al 2016 una diminuzione del già ridotto tasso di crescita del p.i.l.: dall’1,9% all’1,8%. Questo, a nostro parere, è il vero dato che indica il risultato finale delle politiche di austerità!
C’è poi un altro dato da prendere in considerazione, che riguarda proprio l’Italia. L’ex-presidente del consiglio Matteo Renzi, per conquistare consenso elettorale e per apparire diverso dai precedenti governi Monti e Letta che hanno applicato rigidamente una politica di austerità, ha effettuato un aumento della spesa pubblica mediante elargizioni sotto forma di “bonus”, di “decontribuzioni” e di “flessibilità” sul bilancio statale (“utilizzata essenzialmente per finanziare spesa corrente”, è scritto nel libro in questione) per un ammontare di circa 50 miliardi di euro, che però non hanno avuto praticamente nessun effetto in termini occupazionali e di crescita del prodotto interno.
A nostro parere, invece, se quella somma così ingente fosse stata utilizzata per effettuare quei lavori pubblici di cui il nostro Paese sente la mancanza perché le infrastrutture sono ormai od insufficienti od in pessime condizioni, si sarebbe creato del lavoro “vero”, con una occupazione “vera”, con un forte stimolo alle attività produttive mediante l’indotto creato da quegli investimenti: i 50 miliardi impiegati si sarebbero trasformati in almeno il doppio di produzione reale.
Quindi, in conclusione: non è vero che l’austerità “fa crescere”, come afferma quel libro; e non è neanche vero che l’adozione di politiche in parte assistenziali in parte demagogiche possa far ripartire l’economia. L’economia, ed il lavoro, ripartono solo se si investe su opere di lunga durata e di grande rilievo produttivo e sociale, anche se si deve incrementare la spesa pubblica.


A maggio in calo produzione industriale e sentimento economico


di A.D.

Produzione industriale in calo a maggio: lo segnala il Centro Studi di Confindustria che, dopo tre incrementi mensili, rileva a maggio una flessione dell’0,2% rispetto al mese precedente e dello 0,3% nel primo trimestre 2017 rispetto all’ultimo quarto del 2016.
Per Csc sono invece in crescita gli ordini, dello 0,5% sul mese e dell’1,7% sull’anno, confermando il trend in salita del mese scorso che, però, non sembra essere riuscito a trainare l’attività produttiva fuori dalla stagnazione. Tanto che anche gli indicatori Istat sulla fiducia nel manifatturiero registrano una battuta d’arresto: l’indice complessivo è diminuito di 0,8 punti (a 106,9) rispetto al picco pluriennale raggiunto in aprile (massimo da gennaio 2008); il saldo dei giudizi sui livelli di produzione è sceso a -4 (-2 il mese scorso) e quello sugli ordini totali a -7 (da -4), specie per il peggioramento delle valutazioni sulla componente estera della domanda; sono invariate rispetto ad aprile le attese sugli ordini e in lieve calo quelle sulla produzione a tre mesi.
Un contesto nel quale, quindi, i segnali positivi sono troppo fragili per dare alla nostra industria la spinta necessaria a ripartire.
Anche l’indicatore del sentimento economico della Commissione Ue (ESI) a maggio rallenta, sia nella zona euro (-0,5 punti) sia nella Ue a 28 (1 punto). La frenata è dovuta al calo della fiducia nei servizi e nel commercio al dettaglio, mentre quella in industria, edilizia e consumatori resta stabile. In Italia l’indicatore segna -0,9. L’indicatore del clima delle imprese (BCI) è sceso nell’Eurozona (-0,20 punti) a causa del peggioramento della valutazione della produzione passata e dello stock dei prodotti finiti.


Casa, il 77,4% delle famiglie risiede in abitazioni di proprietà


di Claudia Tarantino

Le famiglie italiane da sempre investono ‘nel mattone’ e la fotografia del patrimonio immobiliare nel nostro Paese, al 31 dicembre 2014, lo conferma, visto che sono quasi 20 milioni le famiglie proprietarie della casa in cui abitano, il 77,4% del totale. In particolare, questo dato è sensibilmente più elevato al Sud e nelle Isole (82,9%), prossimo al dato nazionale al Nord (75,3%), mentre è più basso al Centro (il 73,9%).
Secondo lo studio realizzato dall’Agenzia delle Entrate e dal Dipartimento delle Finanze del Ministero dell’Economia, in collaborazione con il partner tecnologico Sogei, “gli Italiani proprietari di un appartamento sono oltre 25,7 milioni (dipendenti e pensionati nell’81,7% dei casi), mentre i locatari sono 4,7 milioni”.

Il rapporto non analizza solo la distribuzione della proprietà e del patrimonio immobiliare sul territorio nazionale, ma mette questi dati in relazione alle caratteristiche socio-demografiche ed economiche dei proprietari, con approfondimenti sulla tassazione immobiliare e sulle agevolazioni fiscali per la ristrutturazione edilizia, la riqualificazione energetica e per interventi antisismici.
Tra i risultati, quindi, si osserva che “la superficie media di un’abitazione è pari a 117 m2”; mentre il valore medio di un’abitazione “nel 2014 è di circa 170 mila euro (1.450 euro/m2), in calo del 2,4% rispetto al 2013. A livello regionale la variabilità è abbastanza sostenuta e va dai circa 285 mila euro in Trentino Alto Adige ai circa 82 mila euro nel Molise. Nelle 12 maggiori città italiane con popolazione oltre i 250.000 abitanti, il valore medio delle abitazioni si è ridotto quasi ovunque, con un deciso calo a Torino (-11,4%). Le uniche variazioni positive si osservano a Milano (+4,5%) e, in maniera più contenuta, a Venezia (+0,9%). Per quanto riguarda invece le pertinenze, una cantina vale in media circa 6mila euro, mentre un box/posto auto vale circa 22mila euro”.
Infine, “è di oltre un miliardo di euro l’ammontare delle agevolazioni fiscali erogate per quasi 3,7 milioni di interventi di ristrutturazioni, riqualificazione energetica e messa in sicurezza degli edifici effettuati nel 2014”.

Altro aspetto significativo emerso dalla ricerca è come gli Italiani utilizzano la propria abitazione: nel 2014 la maggior parte delle case di proprietà delle persone fisiche sono utilizzate come abitazione principale (62,6%), il 17,9% sono a disposizione (le cosiddette ‘seconde case’) e solo l’8,8% dello stock abitativo è dato in locazione. Un ulteriore 2,8% è rappresentato dalle abitazioni date in uso gratuito a un proprio familiare.

Un peculiarità emersa dalla ricerca è che “le donne proprietarie di abitazioni sono circa 886 mila in meno degli uomini, ma il valore delle loro abitazioni è maggiore, nonostante il reddito imponibile sia nettamente inferiore”.

In crescita sono, invece, i proprietari senza figli a carico, che rappresentano il 76,6% del totale. Andando ad approfondire il parametro dell’età, si nota che i proprietari con età inferiore ai 35 anni rappresentano solo il 9% della popolazione, quelli con età superiore ai 65 anni sono il 32,6%, mentre quelli di età compresa fra i 35 e i 65 anni sono il 58,4%.

Il volume ‘Gli immobili in Italia’ è disponibile gratuitamente in forma digitale sul sito www.agenziaentrate.gov.it, nella sezione l’Agenzia comunica>prodotti editoriali>Pubblicazioni su catasto, cartografia e mercato immobiliare, e sul sito www.finanze.gov.it, nella sezione Per conoscere il fisco>Dati e statistiche fiscali>Redditi e immobili.


Cercasi movimento sociale per dare gambe alla dottrina della Chiesa


di Mario Bozzi Sentieri

Le puntualizzazioni in tema di Dottrina Sociale, fatte da Papa Francesco, durante il suo recente incontro, a Genova, con i lavoratori dell’Ilva, se da un lato hanno offerto l’occasione per ricapitolare gli orientamenti dell’attuale Pontefice sulle grandi questioni del lavoro, dell’impresa, dell’economia “senza volto”, della competizione, dall’altro hanno evidenziato la sostanziale debolezza del mondo cattolico, incapace di trasformare le parole del Papa in strumenti di mobilitazione politico-sociale.
Mentre Bergoglio punta ad attualizzare, in un mondo in continuo cambiamento, la visione della Chiesa, suscitando attenzione ed “emozioni”, all’associazionismo, alla cultura accademica, all’informazione di estrazione cattolica sembra mancare la volontà di passare dalle affermazioni dottrinarie alla prassi, dalle idee alle proposte operative, dai valori all’impegno riformatore. Eppure basterebbe metodologicamente guardare al passato per cogliere più di qualche spunto “operativo”.
C’è stato un tempo in cui i Pontefici non limitavano alle sole indicazioni dottrinarie la visione sociale della Chiesa, ma le sostenevano con proposte organiche e conseguenti. A partire dall’azione dell’associazionismo cattolico per arrivare al più ampio impianto istituzionale, attraverso l’idea partecipativa, la cogestione, il corporativismo. Su questi crinali la Chiesa fu sempre chiara, come testimoniano le diverse encicliche sociali. Esemplare – da questo punto di vista quanto scrisse, nel 1931, Pio XI, nella “Quadragesimo Anno”: “Le corporazioni sono costituite dai rappresentanti dei sindacati degli operai e dei padroni nella medesima area e professione, e come veri e propri organi ed istituzioni dello Stato, dirigono e coordinano i sindacati nelle cose di interesse comune. Lo sciopero è vietato; se le parti non si possono accordare, interviene il Magistrato. Basta poca riflessione per vedere i vantaggi dell’ordinamento per quanto sommariamente indicato: la pacifica collaborazione delle classi, la repressione delle organizzazioni e dei conati socialistici, l’azione moderatrice di una speciale magistratura”.
Poi, a partire dagli Anni Sessanta del ‘900, il collegamento tra Dottrina e capacità propositiva venne sfilacciandosi. Più che a fissare un “modello sociale” la Chiesa sembrò orientata a creare aspettative, nella convinzione – scriveva allora Bartolomeo Sorge – che, di fronte alla distruzione d’un sistema di valori unico, provocata dalla rivoluzione industriale, “ciò che rende anacronistica tra i gruppi una coesione interna di tipo corporativo è soprattutto il pluralismo ideologico che sta alla base del pluralismo istituzionale contemporaneo”.
A prevalere fu una generica idea sociale, che lasciava non pochi spazi ad un marxismo allora debordante, conflittuale e classista, sguarnendo sul piano politico-sociale il mondo cattolico.
Gli stessi approfondimenti teorici, che un tempo vedevano in prima fila una vera e propria “scuola cattolica”, a base anticlassista e partecipativa, vennero meno.
Come ha puntualizzato Papa Bergoglio e come confermano le diverse Encicliche sociali gli elementi per un nuovo protagonismo cattolico sul fronte del lavoro e delle imprese oggi ci sono tutti. Il problema è che denunciare ed enunciare non basta. Occorre passare dalle parole ai fatti, costruendo intorno al nucleo forte dei principi adeguate politiche sociali ed organiche proposte ricostruttive, secondo l’idea – che fu di Giuseppe Toniolo, figura esemplare di intellettuale cattolico, vissuto a cavallo tra XIX e XX secolo – in grado di realizzare una convergenza tra struttura sociale ed impianto statale, sia a livello territoriale che “di classe”, con un richiamo alle persone reali, viventi nelle categorie produttive, nelle famiglie, negli enti locali. Più concretezza insomma per evitare che i principi si trasformino in meri esercizi intellettuali. Le categorie produttive, le famiglie, le realtà locali non aspettano altro.