di Alessandro Di Stefano
Segretario Organizzativo UGL F.P.
Maggio 2016. Il primo di questo mese è appena passato nella gloria della festa dei lavoratori, che già sentono le odi renziane rincorrersi tra giornali e cinguettii vari, annunciare l’ennesima lieta novella che rivoluzionerà la macchina burocratica italiana, portandola ai livelli d’efficienza germanica: il taglio degli stipendi agli statali.
Così il ministro Madia presenta al Paese l’idea che sta alla base di questa rivoluzione copernicana: l’applicazione del decreto Brunetta.
Ora, a parte il fatto che già da anni le amministrazioni pubbliche applicano il suddetto decreto per la suddivisione delle risorse economiche accessorie ai dipendenti pubblici in funzione della performance individuale, semplicemente perché questa è una legge dello Stato (n. 150 del 27 ottobre 2009), mi chiedo dove sia la novità.
Forse l’innovazione sta nell’insistenza del ministro Madia a voler sottolineare la creazione di tre classi di merito degli statali nei quali recintarli senza criteri oggettivi.
Mi spiego meglio: il dipendente pubblico sarà valutato, non solo come avviene attualmente con una vera e propria pagella che ne misura la produttività o performance, in funzione di quello che lo stesso dipendente ha fatto nel corso dell’anno, ovvero di quello che ha prodotto, ma in futuro anche da uno sconosciuto parametro che lo pone rigidamente in una delle suddette classi merito.
Queste classi devono essere immancabilmente composte, ai sensi dell’art. 19 co. 2 del D.lg 150/2009 conosciuto come “Decreto Brunetta”, da un 25 per cento di lavoratori nella classe di merito alta; da un 50% di lavoratori nella classe di merito intermedia; da un 25 per cento di lavoratori nella classe di merito bassa. Vale a dire quei lavoratori considerati fannulloni.
Dunque cosa non rende giustizia a quanti lavorano infaticabilmente nelle fila dei dipendenti pubblici, elevandoli dai tanto additati fannulloni?
Il motivo risiede nella rigidità delle percentuali di assegnazione alle tre classi di merito.
Per cui, ad esempio, in un ufficio qualsiasi della Repubblica composto da quattro dipendenti, che abbia ottenuto la patente di ufficio produttivo, il dirigente di quest’ufficio sarà costretto a classificare il suo personale rispettando i parametri del “Decreto Brunetta” e scopiazzati dalla Madia. Così, seguendo questo schema, un dipendente sarà nella classe di merito alta, due nella classe di merito intermedia e uno nella classe di merito bassa. Cioè quest’ultimo dipendente dovrà essere il fannullone predestinato.
In base a che cosa questo dirigente potrà scegliere il suo fannullone, se tutto il suo ufficio è stato decretato come efficiente?
Ecco che tutto questo vociare sullo stipendio degli Statali e sull’arma “fine del mondo”, la panacea della pubblica amministrazione, si trasforma in un legittimo sospetto.
All’inizio del 2016 erano i sindacati ‘brutti e cattivi’ che si opponevano al rinnovo dei contratti perché facevano opposizione a un altro aspetto del “Decreto Brunetta”. La riduzione dei comparti di contrattazione, da undici a quattro.
Poi, firmato l’accordo che riforma i comparti di contrattazione, dopo un estenuante confronto che si è risolto positivamente per le parti in contraenti, ecco che lo stesso ministro Madia rispolvera la norma della suddivisione dei dipendenti in tre rigide classi di merito. Non ancora applicata perché congelata dal D.Lgs.1 agosto 2011, n. 141, il quale ha disposto (con l’art. 6, comma 1) che “la differenziazione retributiva in fasce prevista dagli articoli 19, commi 2 e 3, e 31, comma 2, del decreto legislativo 27 ottobre 2009, n. 150, si applica a partire dalla tornata di contrattazione collettiva successiva a quella relativa al quadriennio 2006-2009”.
Allora che può esserci di meglio per fermare il rinnovo dei contratti dei lavoratori dello Stato se non gridare ai quattro venti, sollevando una tempesta, che verrà applicata una norma che prevede la “quartimazione” dei dipendenti pubblici?
Ma il risultato di quanto ha deciso di annunciare la Madia, combinato con l’art. 55 quater della legge 165/2001, avrà gli stessi effetti di una decimazione o, nello specifico, una “quartimazione”.
Il citato art. 55 quater, co.2, recita testualmente: “Il licenziamento in sede disciplinare e’ disposto, altresì, nel caso di prestazione lavorativa, riferibile ad un arco temporale non inferiore al biennio, per la quale l’amministrazione di appartenenza formula, ai sensi delle disposizioni legislative e contrattuali concernenti la valutazione del personale delle amministrazioni pubbliche, una valutazione di insufficiente rendimento e questo è dovuto alla reiterata violazione degli obblighi concernenti la prestazione stessa, stabiliti da norme legislative o regolamentari, dal contratto collettivo o individuale, da atti e provvedimenti dell’amministrazione di appartenenza o dai codici di comportamento di cui all’articolo 54.”.
Insomma, ministro Madia, è insopportabile pensare di trattare il dipendente pubblico attraverso la “quartimazione”.
E’ intollerabile pensare di sollevare polveroni provocando a dismisura i sindacati per evitare di rinnovare i contratti pubblici. Pensi veramente al mandato che le è stato assegnato: vale a dire al bene dell’Italia, dei suoi cittadini e di quei lavoratori che per essa si spendono ogni giorno, mandando avanti una carretta sempre più fatiscente, che aspettano il giusto compenso e un equo trattamento attraverso il rinnovo del proprio contratto di lavoro.