Cinque anni dopo le rivoluzioni arabe


di Barbara Faccenda

Cinque anni dopo le rivoluzioni arabe, l’ottimismo si è sbiadito nel cinismo e i conflitti in Siria, Libia e nello Yemen stendono un’ombra sulle prospettive per una transizione democratica sostenibile nella regione. Malgrado le prospettive nere, c’è qualche speranza per la transizione in corso in Tunisia, nel vicino Marocco, dove un’apertura politica controllata nel sistema autoritario continua a realizzarsi piano piano.
Rivoluzione per alcuni implica un’idea normativa circa le precondizioni e la teoria. Perciò essi valutano una scena rivoluzionaria secondo il loro modello preconcetto allo scopo di determinare se vale la pena etichettarlo come “rivoluzione”. Essi credono che una rivoluzione deve lottare per un cambiamento radicale al di là della lotta per la libertà, la richiesta popolare per la fine del despotismo e le aspirazioni di partecipazione democratica. Una visione ideologica che può aver nascosto la semplice verità: i regimi autoritari sono solo interessati all’auto – preservazione. Ciò nonostante, dopo 5 anni, i principali partecipanti: gli islamisti, la gioventù araba e i regimi stessi, dovrebbero esaminare diverse lezioni. Occasionalmente i regimi e gli islamisti hanno cooperato, entrambi, costantemente, hanno tentato di co – optare o contenere i giovani, che erano i catalizzatori delle rivoluzioni. La continua interazione tra le forze come i giovani e gli islamisti e come assimilare le lezioni dei passati 5 anni può offrire un’idea sulle transizioni in corso in Tunisia, Marocco ed Egitto.
Gli islamisti
Dalle rivoluzioni dal 2011, a seconda del paese, gli islamisti nella regione hanno mostrato grande disparità tra vincita e sconfitta. In Marocco, il partito “giustizia e sviluppo” ha realizzatosolide vincite. Imparando la lezione dalla vicina Algeria, che ha visto l’Islamic Salvation Front e il regime algerino combattere una devastante e lunga guerra civile negli anni ’90, il partito “giustizia e sviluppo”, nonostante fosse descritto come “il partito che non vuole vincere”, ha perseverato nel suo approccio graduale e cauto e questo atteggiamento ha portato i suoi frutti. Le riforme costituzionali e le elezioni nel 2011 hanno permesso al partito di formare un nuovo governo. Nelle elezioni storiche del settembre del 2015, nel consiglio regionale delle elezioni – dove i marocchini hanno votato per la prima volta per scegliere direttamente i loro rappresentanti locali e regionali – il partito ha ottenuto il 25% dei seggi, capace di assicurare una maggioranza in città importanti. Quandosi chiede al primo ministro AbdelilahBenkirane (partito “giustizia e sviluppo”), se ha messo da parte l’ideologia islamica, lui replica che non è venuto a cambiare le sue idee religiose, ma a risolvere i problemi.
In Tunisia, la rivoluzione ha creato aperture per il partito islamista Ennahda, che ha vinto nelle elezioni parlamentari e presidenziali. Nel 2013, quando al movimento salafista Ansar al – Sharia fu proibito di condurre congressi di partito, dando vita a proteste, Ennahada ha lavorato con i poteri politici per rimettere la transizione in carreggiata. Ha anche collaborato con gli oppositori per far passare una costituzione che ha ricevuto il supporto popolare e fu lodata,regionalmente,come un modello di riforma costituzionale. Malgrado l’aver perso le elezioni presidenziali del 2014, Ennhada ha vinto un pizzico di fiducia in più dai tunisini in riconoscimento della sua abilità di fare compromessi e di rinunciare al potere.
In Egitto, malgrado le vittorie parlamentari e presidenziali, i Fratelli Mussulmani,nel complesso,hanno perso. Nelle elezioni parlamentari del 2011, avevano vinto una quota importante di seggi con il 37.5% e promesso di non mettere in campo un candidato presidenziale. L’inflessibilità e la mancanza di pragmatismo in politica quasi sicuramente si ritorcono contro. I Fratelli Mussulmani decisero di far scendere in campo un candidato il suo finanziere e mente organizzativa, Khairat al Shater. Dopo la sua squalifica, Mohammed Morsi divenne il candidato che vinse le elezioni presidenziali con un margine sottile, ma che poi si comporta in maniera negligente. Il suo governo non ha fornito le riforme economiche necessarie, ha fallito di intraprendere ogni tipo di riforma del sistema di sicurezza, come aveva promesso, emanando decreti presidenziali piuttosto che costruire consenso. Con questi, ed altri passi falsi, Morsi e i Fratelli Mussulmani si sono allontanatida molti segmenti della popolazione egiziana, aprendo la strada per un coup militare appoggiato dalla popolazione che ha portato al potere Abd al-Fattah al-Sisi.
Quali quindi le principali lezioni che dovrebbero apprendere gli islamisti? L’inflessibilità e la mancanza di pragmatismo in politica sicuramente si ritorceranno contro. Gli islamisti in Marocco e Tunisia sono riusciti ad utilizzare uno spazio aperto in un sistema politico ristretto solo grazie alla loro visione pragmatica e graduale.
I giovani
Inizialmente i principali conduttoridelle rivoluzioni, i giovani hanno perso su diversi fronti. Anche nelle storie a lieto fine come quella della Tunisia, la disoccupazione giovanile continua a salire, il 40% nel 2015. In Marocco il 20% ed in Egitto il 26% sempre nel 2015. I giovani alla guida delle rivoluzioni hanno lottato per posizioni di potere, negategli per la loro inesperienza, per la mancanza di strutture organizzative e un accesso decisamente limitato alle risorse. È tristemente ironico dire che dopo le rivoluzioni in Tunisia la cui scintilla è stata data dal 26enne Mohammed Bouazizi, il paese è ora guidato dall’ottuagenario Beji Caid Essebsi.
Nell’assembla nazionale costituente tunisina, il cui compito era quello di scrivere la prima costituzione dopo la rivoluzione, solo il 4% dei suoi membri era sotto i 30 anni, mentre la maggioranza (il 76%) era al di sopra dei 50 anni. In Marocco, la cooperazione tra il re e il “partito giustizia e sviluppo” ha messo ai margini il movimento di giovani “20 febbraio”, che ha poi dato il via alle proteste del 2011. In Egitto, i politici giovani vicini al regime e finanziati dai suoi alleati sono incoraggiati a partecipare al processo politico, mentre migliaia di giovani egiziani, inclusi molti che erano in prima linea nella rivoluzione, rimangono in prigione. In un rapporto di Amnesty International dell’anno scorso si descrive la “generazione della protesta” dell’Egitto del 2011 come la “generazione prigione” del 2015.
Anche per i giovani, dopo cinque anni, ci sono delle lezioni che devono essere assimilate. Le proteste hanno bisogno di essere seguite dalla costruzione ovvero dall’unirsi a strutture politico – organizzative che capitalizzino il movimento della strada. Il canto: “pane, libertà e giustizia sociale” rimane un potente ed ammirevole richiamo alla protesta, ma necessita di una piattaforma politica che carpisca il supporto popolare e che si renda esecutivo di significativi cambiamenti politici. Se una nuova opzione politica non si cristallizza, allora le rivoluzioni arabe rimarranno per sempre bloccate tra generali e sceicchi. I giovani arabi si trovano in un ambiente molto differente dalle precedenti generazioni: più connessi al mondo, più educati e ambiziosi. Hanno vissuto e partecipato alle rivoluzioni e capiscono che i risultati politici non sono più pre – imposti. Necessariamente collegato a questo è la lezione che dovrebbero apprendere i regimi della regione se non vogliono che il malcontento dei giovani nel non essere inseriti e partecipi nelle strutture economico – politiche sia catalizzato da movimenti estremisti violenti, come l’ISIS: assicurare ai giovani una piena integrazione.
Non dobbiamo dimenticare che le rivoluzioni abbisognano di tempo e possono passare ancora anni fino a quando sarà possibile scrivere la parola fine per le così dette Arab Spring.