La lunga mano della Cina nel Medio Oriente


di Barbara Faccenda

Il viaggio del presidente XiJiping in Arabia Saudita, Iran ed Egitto (http://www.nytimes.com/2016/01/31/world/asia/xi-jinping-visits-saudi-iran.html?_r=0) è passato inosservato, ma riveste una grande importanza: è la prima visita nella regione di un capo di stato cinese da quando l’ex presidente cinese Hu Jianto si recò in Arabia Saudita nel 2009. La diffusione, agli inizi del mese, in vista del viaggio di stato del presidente, dell’Arab Policy Paperda parte del ministro degli affari esteri cinese ci mostra l’intenzione di Pechino di intraprendere decisamente la strada dellacooperazione strategica con i paesi arabi. Il documento reitera quello che la Cina chiama “i 5 principi della co – esistenza pacifica” e mostra un’agenda ambiziosa per una cooperazione bilaterale più profonda tra la Cina e gli stati arabi su una vasta gamma di materie: dal commercio alle infrastrutture passando per la sicurezza. Il documento quindi invita gli stati arabi ad unirsi agli sforzi cinesi di costruire un nuovo tipo di relazioni internazionali sulle fondamenta di una cooperazione vantaggiosa per tutti.
Lasciando le simpaticherie diplomatiche da una parte, il documento è fondamentalmente un manifesto dell’approccio quid pro quo della Cina verso il mondo arabo. Ufficialmente chiarifica che le aspettative della Cina dai suoi partner arabi sono: flussi stabili di petrolio; supporto per le posizioni cinesi in Tibet, Taiwan e Xinjiang nel consesso delle Nazioni Unite; cooperazione sui piani di integrazione economica regionale cinese attraverso la sua grande iniziativa di sviluppo nell’Eurasia e la cooperazione crescente nell’intelligence e nel contro – terrorismo. In cambio la Cina promette di aiutare gli stati arabi a mantenere la loro indipendenza politica, una gestione pacifica dei conflitti nella loro regione, sviluppo delle loro economie e la salvaguardia dei loro legittimi interessi.
Senza dubbio il Medio Oriente sta diventando predominantenei calcoli della sicurezza nazionale di Pechino, molto di più quando si tratta di mettere in sicurezza fonti energetiche. Malgrado gli sforzi internazionali per la transizione verso un’energia più pulita, l’economia cinese sarà sempre più dipendente dal petrolio mediorientale ancora per decadi. Lo scorso anno più della metà delle importazioni cinesi di petrolio – 3,2 milioni di barili al giorno – veniva dal Medio Oriente, con l’Arabia Saudita in testa. Nella passata decade, le importazioni cinesi di greggio dai paesi arabi sono aumentate in una stima del più del 12% annuo. L’Arab Policy Paper chiama l’energia il “cuore” dello schema di cooperazione arabo – cinese. Le speranze cinesi che sotto la loro guida, i paesi della regione inizieranno a mettere commercio e profitto prima della politica, espongono Pechino ad un dilemma fondamentale: “possono mettere in sicurezza l’accesso al petrolio della regione e promuovere la loro posizione sia con i paesi arabi che con l’Iran senza prendere le parti nei vari conflitti e senza aggrovigliarsi in complesse sfide militari e di sicurezza?”
Diplomaticamente Pechino cerca di porsi come un mediatore fidato, una potenza neutrale. Recentemente ha invitato rappresentanti del governo siriano e dell’opposizione a Pechino, separatamente, per colloqui su una possibile soluzione. Quando le tensioni tra l’Arabia Saudita e l’Iran hanno avuto il loro picco dopo l’uccisione del prominente religioso sciita, Pechino ha subito mandato il suo inviato per il Medio Oriente, Zhang Ming, sia a Riad che a Teheran per cercare di calmare gli animi.
Incoraggiando gli attori regionali ad investire nella sua ambiziosa iniziativa infrastrutturale Silk Road, attraverso meccanismi bilaterali e multilaterali come la Asian Infranstructure Development Bank (a guida cinese), Pechino spera di vendere l’integrazione economica come un modo per stabilizzare la regione.
Questa strategia, tuttavia, contiene sia rischi che limiti. Mantenere la neutralità nel lungo periodo in un Medio Oriente sempre più polarizzato è più facile a dirsi che a farsi. Il veto di Pechino alle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza sponsorizzate dell’“occidente” sulla Siria, hanno messo la Cina in cattiva luce agli occhi degli oppositori di Assad. La Cina si difende chiarendo che il suo veto deve essere interpretato come la politica cinese di lungo corso di non interferenza negli affari interni di stati sovrani.
Sebbene Pechino preferisce un approccio più morbido per il momento, i suoi accresciuti interessi nella regione la spingeranno, presumibilmente, nel tempo, in partenariati più militari e di sicurezza. Se questo momento dovesse presentarsi come si comporteranno i paesi della regione, romperanno le loro relazioni politiche, specialmente con gli Stati Uniti per muoversi verso la Cina? Anche con questi possibili movimenti, senza una potenza forte nella regione, l’influenza militare e di sicurezza di Pechino rimarrebbe limitata, specialmente comparata a quella degli Stati Uniti. Questo avrebbe un impatto non solo sulla sua abilità di rispondere alle crisi, ma limiterebbe le imprese di difesa cinesi dal diventare concorrenti nel mercato lucrativo della difesa nella regione. Per fare un esempio, la Turchia ha ceduto alla pressione della NATO, lo scorso anno, cancellando i suoi piani per ottenere sistemi di difesa missilistica e a lungo raggio da un’impresa cinese per un valore di 3,4 miliardi di dollari.
Consapevole delle limitazioni geopolitiche del momento, Xi non farà nessuna mossa drammatica per rovesciare il bilancio di potere regionale nel breve termine. Si atterrà a quello che la Cina sa fare meglio, anche se in una scala maggiore, come dimostrato dall’investimento e lo sviluppo di accordi in Egitto che potrebbero valere fino a 15 miliardi di dollari. Nella sua visita in Iran qualche giorno fa, Xi ha chiesto di incrementare il commercio tra la Cina e l’Iran di 600 miliardi di dollari nella prossima decade.
Quello che la Cina vuole per ora è costruire abbastanza leve per mitigare i suoi più seri rischi di dipendenza dal petrolio mediorientale e dalle rotte di transito. I politici cinesi che si occupano di politica internazionale sono conosciuti per la loro “pazienza strategica”. Hanno iniziato a giocare il loro lungo gioco nel Medio Oriente.