Riscaldamento globale, il vertice Cop21 entra nel vivo


Clima

di Caterina Mangia

“Siamo l’ultima generazione che può salvare il pianeta”.
Con queste poche, inequivocabili parole, il Presidente Usa Barack Obama definisce la posta in gioco del vertice Cop21 di Parigi, entrato nel vivo ieri e in calendario fino all’11 dicembre a Le Bourget, a nord della Ville Lumière.
Dopo gli attentati terroristici del 13 novembre, gli occhi del mondo tornano ad essere puntati sulla capitale francese, blindata con 11mila agenti per il summit planetario sul clima, che vede la partecipazione di 25mila delegati Onu, 147 Capi di Stato e 195 Paesi.
L’obiettivo comune è l’abbattimento delle emissioni di gas serra entro il 2030 e il contenimento della temperatura del globo entro un tetto di 2 gradi in più rispetto all’era pre-industriale: oltre questo limite, ritengono gli esperti, la Terra andrebbe incontro a un caos climatico dai risvolti catastrofici e irreversibili.
E’ dunque fondamentale puntare a un accordo che avrebbe una portata storica: come ha detto il presidente francese Francois Hollande nel corso del summit, non è mai stata “affrontata una sfida così grande come quella sul futuro del pianeta, della vita”.
Dopo il fallimento del vertice di Copenhagen nel 2009, la Conferenza sul clima è adesso chiamata a uno sforzo straordinario di condivisione e partecipazione; in vista del summit i leader di 183 Paesi su 195 hanno già presentato il loro impegno per la riduzione delle emissioni, compiendo un passo avanti significativo ma insufficiente, perché porterebbe comunque a un riscaldamento prossimo ai 3 gradi.
Nello specifico, entro il 2030 gli Stati Uniti promettono di tagliare i gas serra del 26-28 per cento rispetto al 2005, e del 12-19 per cento rispetto al 1990. Un obiettivo timido, ma verosimilmente raggiungibile. Entro la stessa data l’Unione Europea progetta di ridurre le emissioni del 40 per cento rispetto al 1990, ma a parere degli esperti le attuali politiche messe in campo nel Vecchio Continente potranno portare a una diminuzione che va soltanto dal 21 al 35 per cento. Si contesta inoltre alla Germania di non voler rivedere al rialzo il proprio impegno, facendo leva sulla forza e sulla modernità della propria industria e seguendo esempi virtuosi come quello danese. Per il premier italiano, Matteo Renzi, “l’Italia vuole stare tra i protagonisti della lotta all’egoismo, dalla parte di chi sceglie valori non negoziabili come la difesa della nostra madre terra. Abbiamo un piano di investimenti da 4 miliardi di dollari da qui al 2020”.
Alle prese in questi giorni con una cappa di smog di 24 volte superiore al limite di tolleranza internazionale – un record storico -, il governo di Pechino ha invece annunciato oggi un provvedimento con cui ridurre le emissioni di gas serra nell’ambiente del 60 per cento entro il 2020, e quelle di anidride carbonica da parte delle centrali elettriche a carbone di 180 milioni di tonnellate annue.
L’India propone una riduzione dell’intensità carbonica del 33-35 per cento entro il 2030; entro la stessa data, inoltre, il 40 per cento dell’energia elettrica prodotta non deriverà da fonti fossili.
Le diplomazie sono al lavoro dietro le quinte per limare i dettagli dell’auspicabile intesa, ma il problema che si pone è – come spesso succede nel caso dei summit internazionali -, quello di passare dalle parole ai fatti.
Per questo motivo Obama ha detto che “l’accordo sul clima in preparazione a Parigi deve essere vincolante, almeno per quanto riguarda la trasparenza e le revisioni periodiche degli obiettivi di diminuzione delle emissioni di gas serra”: in poche parole, servono verifiche sull’operato degli Stati affinché le promesse non rimangano soltanto sulla carta.
Come espresso efficacemente da Papa Francesco, infatti, “il mondo è sull’orlo del suicidio”: secondo le stime pubblicate dall’Oms in occasione del vertice Cop21, ogni anno nel mondo i cambiamenti climatici uccidono decine di migliaia di persone e nel 2012 i decessi legati all’inquinamento atmosferico sono stati 7 milioni.
Per l’Organizzazione mondiale della sanità, inoltre, dal 2030 al 2050 i cambiamenti climatici provocheranno 250mila morti in più ogni anno per malaria, diarrea, stress da calore e denutrizione.
A questo quadro drammatico si aggiunge il rapporto dell’Agenzia europea dell’ambiente, secondo cui l’Italia è maglia nera in Europa per il numero di morti premature legate allo smog: nel 2012 sono state 84.400, ovvero un quinto dei decessi del Vecchio Continente. (Vedi link ad articolo su Repubblica.it)
Nel corso dell’ultima tappa a Tunisi del Sudact organizzato dall’Ugl, infine, Aldo Morrone, Presidente dell’Istituto ematologico del Mediterraneo (IME), ha puntato l’accento su un problema troppo spesso in ombra, quello legato alle cosiddette “ecomigrazioni”: a causa di allagamenti, desertificazioni, alluvioni, deforestazioni e carenza d’acqua, 50 milioni di persone nel 2011 hanno dovuto trovare rifugio lontano dalle loro case, e il numero è destinato a salire a 200 milioni nel 2050.