A 30 anni si può solo sognare la pensione


Secondo l’Inps i nati dal 1980 in poi dovranno fare i conti con un’esistenza ricca di stenti e sacrifici. Non vedranno la pensione prima dei 75 anni e avranno assegni ridotti di un quarto. Le donne saranno le più penalizzate. Mollicone (Ugl): “Il periodo di assenza per maternità non è ben sostenuto dalla finanza ai fini pensionistici, essendo ‘abbondantemente inferiore’ alla media europea”. L’Ocse: “Intervenite subito”

Inps
Gioventù è sinonimo di povertà. Secondo una simulazione dell’Inps, ma non erano necessarie ulteriori conferme, i trentenni di oggi lavoreranno fino ai 75 anni e prenderanno una pensione inferiore rispetto alle generazioni precedenti. In tanti rischieranno di non prendere proprio l’assegno visto che il sistema contributivo penalizza chi vive con contratti precari.
La pensione di chi è nato nel 1980 – secondo quanto dichiarato dal Presidente dell’Inps, Tito Boeri – sarà del 25 per cento inferiore a quella che percepisce chi è nato nel 1945 e oggi ha 70 anni, tenendo conto anche del fatto che l’assegno sarà percepito per molto meno tempo. Per chi, invece, ha avuto la ‘sfortuna’ di nascere anche donna, oltre ad avere un’età compresa tra i 30 e i 40 anni, c’è di più: se si decidesse di avere un figlio, una su tre nel 2050, dovrebbe accontentarsi di 750 euro al mese. La generazione dei trentenni, se mai si arriverà ad un cambio di rotta, è destinata a contendersi la partita di una vita tra stenti e sacrifici.
Ovviamente Boeri lo dice perché tutti ne prendano coscienza e facciano qualcosa per modificare il finale. Infatti che il finale sia quello, al momento, non è una profezia: è una certezza. Per fortuna – si legge in un’attenta analisi di Massimo Gramellini su La Stampa – in quarant’anni può ancora cambiare tutto, a cominciare dal concetto stesso di lavoro dipendente. Se nel mondo esistesse una classe dirigente non si dovrebbe occupare d’altro, ma da quando le personalità sono state sostituite dai personaggi e gli statisti dai battutisti, la politica si è appiattita su un eterno presente che coniuga i verbi al futuro solo per illudere e ingannare. Toccherà agli interessati, in questo caso ai trentenni, inventarsi una vita e un’economia diverse. Il tempo è l’unica cosa che non possono togliergli.

DATI OCSE SU PREVIDENZA

Il nostro Paese, secondo l’Ocse, ha la spesa previdenziale più alta dopo la Grecia rispetto al Pil (15,7 per cento nel 2013 a fronte dell’8,4 per cento medio nell’Ocse) e contributi previdenziali sul lavoro dipendente rispetto alla retribuzione al 33 per cento, percentuale top tra i Paesi Ocse. I pensionati attuali – emerge dal Rapporto – hanno tassi di sostituzione netta rispetto al salario medio, vicini all’80 per cento a fronte del 63 per cento medio dei paesi più sviluppati e assegni in media largamente superiori ai contributi. Con la riforma del 2011 – spiega l’Ocse – sono state adottate importanti misure per ridurre la generosità del sistema, in particolare attraverso l’aumento dell’età pensionabile e la sua perequazione tra uomini e donne ma l’invecchiamento della popolazione continuerà ad esercitare pressioni sul finanziamento del sistema. L’Ocse sottolinea che la sentenza della Corte Costituzionale sulla mancata perequazione nel 2012-13 per le pensioni superiori a tre volte il minimo e i rimborsi decisi dal Governo «avranno un impatto sostanziale sulla spesa pubblica». Nel breve periodo vanno cercate risorse per ridurre al minimo l’impatto della sentenza mentre nel lungo periodo bisognerà stimolare la partecipazione dei lavoratori anziani al mercato del lavoro. Se infatti il tasso di occupazione degli over 55 in Italia è aumentato di 15 punti negli ultimi 10 anni è anche vero che questo è ancora di molto inferiore alla media Ocse.
“Il rapporto Ocse conferma la condizione di svantaggio delle donne lavoratrici e madri – commenta Nazzareno Mollicone, dirigente confederale dell’Ugl – il periodo di assenza per maternità non è ben sostenuto dalla finanza ai fini pensionistici, essendo ‘abbondantemente inferiore’ alla media europea. E’ invece contraddittorio – sostiene ancora – che l’Ocse critichi i tassi di contribuzione previdenziale e l’incidenza sulla spesa pubblica perché elevati, invitando poi la classe politica ad ‘assicurare che il sistema pensionistico fornisca redditi da pensione adeguati a tutti i lavoratori’: cosa questa che, evidentemente e al di là della necessaria eliminazione di spese ingiustificate e della migliore organizzazione del sistema, richiederà sempre un forte impegno da parte della finanza pubblica. Dall’analisi Ocse emerge però una certezza: il Governo deve affrontare con urgenza e di concerto con le parti sociali la questione previdenziale – conclude -, poiché i nodi irrisolti sono tanti e destinati ad aumentare senza interventi concreti e condivisi”.