Editoriale
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Bono, i giovani e un progetto per l’Italia

Secondo l’Ad di Fincantieri, Bono, fare l’operaio non piace più

di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Sta suscitando grande clamore quanto dichiarato dall’Ad di Fincantieri, Giuseppe Bono: «Nei prossimi due o tre anni avremo bisogno di 5-6 mila lavoratori, ma non so dove andarli a trovare», lamentando quindi l’indisponibilità da parte dei giovani a svolgere i mestieri richiesti, ossia quelli di operai specializzati, pure pagati, a suo dire, in media 1.600 euro, preferendo altri lavori, anche meno remunerativi, per motivi essenzialmente “culturali”. Insomma, secondo Bono, fare l’operaio non piace più. Si tratta del classico lavoro “che gli italiani non vogliono più fare”. Ricordando le famose parole della Fornero di qualche anno fa, i nostri giovani sono davvero diventati “choosy”, ovvero schizzinosi, verso il lavoro manuale o le cose stanno in modo diverso? Probabilmente la verità sta, come spesso accade, nel mezzo. Da un lato facciamo fatica a credere che vengano altezzosamente rifiutati posti stabili e ben retribuiti. Non è la prima volta che sentiamo affermazioni simili da parte di piccoli e grandi dirigenti d’azienda e in non pochi di questi casi poi le offerte reali di lavoro, fra subappalti, lavoro a termine e quant’altro, erano in realtà meno appetibili rispetto a come venivano descritte. È del resto anche vero che nel Paese alberga una cultura che tende a non valorizzare adeguatamente il lavoro pratico, già a partire dal mondo della scuola, nel quale gli istituti tecnici sono di fatto considerati una forma di istruzione di “serie b”, e persino in famiglia, dove resta il vecchio sogno del figlio “dottore” a tutti i costi o, peggio, quello nuovo di “blogger” o stella della tv. Detto ciò, le principali responsabilità sono da attribuire a un sistema, quello della politica con la P maiuscola, che ancora non ha deciso cosa vuole fare “da grande”: occorre capire se l’Italia vuole continuare ad essere, nel confronto con gli altri Stati europei e mondiali, una grande potenza manifatturiera o invece cedere il passo e rifugiarsi nella nicchia del terziario. Serve in sostanza quel tanto invocato e poco praticato progetto complessivo di sviluppo del Paese che renderebbe più chiare a tutti necessità e prospettive. Speriamo che in questi anni di “cambiamento” si riescano finalmente a riprendere le redini della questione, innanzitutto aiutando le imprese a nascere e restare, ed il vero ostacolo, come ben noto, più che la forza lavoro, qualificata o da formare, è essenzialmente il peso del fisco, della burocrazia, dei costi dell’energia. Poi mettendo in sinergia domanda e offerta, e ci si augura che la scommessa del RdC e delle relative politiche attive del lavoro vada in porto nonostante le molte difficoltà. Infine, con nuovo approccio nel mondo dell’istruzione, in cui si valorizzino tutte le varie inclinazioni, intellettuali come tecniche, perché tutte hanno pari dignità e sono necessarie per il benessere e lo sviluppo.

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Ufficiostampa