Editoriale
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I rischi di un referendum senza quorum

La complessità e i problemi irrisolti del nostro Paese impongono l’esistenza di argini posti a baluardo di eventuali speculazioni che potrebbero arrivare da qualsiasi parte e di dubbia matrice.

di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Se la ragione comprensibile che ha spinto il deputato leghista, Igor Iezzi, a ritirare l’emendamento del suo partito, che fissava al 33% il quorum per la riforma del referendum propositivo fortemente voluta dal M5s e senza quorum, è stata quella di evitare un conflitto all’interno della maggioranza, dando il tempo di trovare alla stessa un accordo prima del voto in Commissione previsto per la prossima settimana, e altrettanto comprensibile è l’idea del M5s, con l’abolizione del quorum, di evitare l’astensionismo e rendere più efficace lo strumento referendario – in effetti fin troppe volte disatteso nei suoi esiti -, esistono ragioni altrettanto valide per sostenere la necessità dell’esistenza di un quorum. Le questioni in gioco sono molte e soprattutto il momento storico richiede il mantenimento di strumenti esistenti a garanzia della democrazia.
In un’intervista al Sole 24 Ore oggi l’on. Iezzi, capogruppo della Lega in Commissione Affari costituzionali, ha spiegato: «Siamo convinti che il quorum vada inserito», perché senza «c’è il rischio concreto che una minoranza superorganizzata, ad esempio un’associazione di categoria o sindacale, possa decidere per tutti». Non c’è organizzazione sindacale che più dell’Ugl sia ispirata al principio della democrazia persino nei luoghi di lavoro, avendo ereditato dalla Cisnal, in tempi non sospetti, quale suo principio fondante (e sancito dalla costituzione all’art. 46) la partecipazione dei lavoratori alle scelte e agli utili dell’azienda, e dunque non sarà di certo l’Ugl a mancare di rispetto a decisioni assunte dalla maggioranza degli aventi diritto e, tuttavia, allo stesso tempo non avrebbe paura, come non l’ha avuta, di portare avanti sacrosante battaglie nell’interesse delle persone che rappresenta. Ma il punto non è questo, lo ha spiegato sinteticamente domenica scorsa il vice premier, Matteo Salvini: «Un minimo di quorum bisogna metterlo, altrimenti qua si alzano in 10 e decidono cosa fare», senza per questo voler mettere in discussione l’accordo esistente nella maggioranza sulla riforma costituzionale.
È vero come sostengono il M5s e il ministro dei Rapporti con il Parlamento e della Democrazia diretta, Riccardo Fraccaro, che la riforma del referendum (in particolare abrogativo) con l’abolizione del quorum è prevista nel contratto di governo, ma la complessità e i problemi irrisolti del nostro Paese impongono l’esistenza di argini posti a baluardo di eventuali speculazioni che potrebbero arrivare da qualsiasi parte e di dubbia matrice. Ma quand’anche arrivassero, nella migliore delle ipotesi, dal partito più arrabbiato e più grande dell’opposizione forse non sarebbero il male maggiore, ma creerebbero in ogni caso enormi problemi, se non la paralisi, contro scelte e rinnovamenti profondi che proprio il Governo del Cambiamento dovrebbe ancora mettere in opera.

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Ufficiostampa