Editoriale
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La ritirata

Più che a salvare il partito, la ritirata strategica di Minniti servirebbe, molto più prosaicamente, a salvare la faccia.

di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

È notizia fresca. Uno dei più accreditati fra i candidati alla segreteria del Pd, Marco Minniti, abbandona la competizione: “Lo faccio per salvare il partito”. Ma quale partito, esattamente? La vulgata vorrebbe che il “nostro”, onde evitare di contribuire a creare una situazione di stallo nella quale nessuno dei concorrenti riesca a raggiungere la soglia del 51%, capace di garantire una segreteria solida, abbia deciso di rinunciare, sacrificando per il “bene comune” i propri consensi, stimati attorno ad un tutt’altro che trascurabile 26%. Un gesto encomiabile, però i conti non tornano. Anche e soprattutto perché uno spettro si aggira al Nazareno, quello ingombrante di Matteo Renzi. La dote di più di un quarto dei consensi sarebbe solo formalmente di proprietà dell’ex ministro degli Interni, ma in realtà sotto una renzianissima ipoteca. E quindi, se è vero, come sembra, che il “semplice senatore di Scandicci” sia prossimo all’abbandono della nave piddina per fondare un movimento tutto suo, la candidatura di Minniti sarebbe in realtà priva di forza. Più che a salvare il partito, la ritirata strategica servirebbe, quindi, molto più prosaicamente, a salvare la faccia. Tirando le somme, il Pd è ormai giunto al bivio che per anni ha cercato di aggirare, nascondendosi dietro lo slogan veltroniano per eccellenza “ma anche”. Occorre, finalmente, scegliere fra istanze sociali e ultraliberismo. Finora il partito si era trincerato dietro la maschera dei diritti civili, per far digerire anche ai suoi elettori più “di sinistra” l’adesione a una visione economica che più liberista non si può. Ma il 4 marzo questo giocattolo si è rotto con l’ascesa di un’alternativa politica, quel “populismo” che, piaccia o meno il governo gialloblu, mette davvero al primo posto le istanze sociali. Il che rende impossibile per il Pd continuare a tergiversare. L’unica prospettiva, a questo punto, resta quella di dividersi. Da una parte Zingaretti e la nostalgia della sinistra che fu. Dall’altra i moderati, in cerca di alleati. Del secondo fronte, fondato sui dettami ultraliberisti, conosciamo la dottrina, ma non il leader: troppo bolliti i papabili più noti, da Calenda allo stesso Renzi. Probabilmente servirebbe un nome terzo, capace di accontentare anche eventuali annessioni da centro-destra. Del primo, al contrario, conosciamo solo il volto di punta, quello del governatore del Lazio, ma ancora non siamo in grado di stabilire se la virata “sociale” sarà concreta, oppure, ed è piuttosto probabile, solo di facciata. Come dimostra la calma con la quale è stato indetto il congresso democratico, che avverrà a giochi fatti, a manovra approvata, senza che la cosiddetta “nuova sinistra che verrà” si debba in concreto schierare su temi socialmente rilevantissimi come la riforma delle pensioni o il reddito di cittadinanza.

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Ufficiostampa