Editoriale
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Il solito album delle figurine

Diceva Aristotele, ipse dixit, e la sua affermazione, così puntuale, è diventata tanto popolare da essere ormai entrata nell’uso quotidiano, che “una rondine non fa primavera”. Ovvero ben poca importanza hanno, per chi crede seriamente nel compito fondamentale della politica di impostare regole e principi della vita collettiva capaci di offrire benessere economico ed inclusione sociale, le storie singole, per quanto interessanti o edificanti possano essere. Quello che conta sono piuttosto le prospettive che abbracciano l’intera comunità.

di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Tutti noi ricordiamo con nostalgia i tempi in cui a scuola ci si scambiavano i doppioni delle figurine. C’è qualcuno che però non si rassegna al passare degli anni e continua a voler giocare al “ce l’ho, ce l’ho, mi manca” anche dopo aver terminato da un pezzo le elementari e persino avendo l’onore e l’onere di rappresentare un’importante parte politica. Si parla, naturalmente, della sinistra, che ad ogni latitudine conserva il vezzo del gioco delle figurine. Abbandonate le politiche sociali, non le resta che collezionare volti da social. Per cercare di abbindolare i più sprovveduti fra i nostalgici dei tempi – e soprattutto delle idee – che furono. Per tentare di mascherare l’abbraccio mortale col capitalismo finanziario e con la sua visione ultraliberista della società, cosa c’è di meglio, infatti, per una sinistra a corto di proposte e di valori, che una variegata collezione di faccette sorridenti? L’ultima occasione sono state le midterm americane: la trovata dei democratici è stata quella di far eleggere una nutrita serie di campioni del politicamente corretto: la prima nativa americana, il primo governatore dichiaratamente gay, la donna più giovane e così via. Un espediente talmente antiquato da aver suscitato critiche ed ironie non solo, come prevedibile, da destra, ma persino dai democratici più stanchi di simili scorciatoie. Cosa importa se un giovane riesce ad ottenere un ottimo lavoro, se la stragrande maggioranza dei suoi coetanei è imprigionata nel precariato? Che differenza può fare il fatto che una singola donna occupi un posto di prestigio se tutte le altre o quasi si barcamenano fra sotto-occupazione e oneri di cura in assenza di servizi adeguati? Compito della politica è offrire risposte a tutti e non nascondersi dietro le capacità o la fortuna di qualcuno. Contano i fatti: alla causa dell’integrazione delle minoranze giova più una disoccupazione ai minimi storici negli Usa o la presenza di una truppa di figurine al Congresso? È più importante una legislazione che renda effettivamente possibili le pari opportunità tramite adeguati servizi e che contrasti efficacemente le discriminazioni, garantendo certezza della pena per chi infrange le norme del vivere civile, o avere un rappresentante di questo o quel gruppo in ruoli prestigiosi? Diceva Aristotele, ipse dixit, e la sua affermazione, così puntuale, è diventata tanto popolare da essere ormai entrata nell’uso quotidiano, che “una rondine non fa primavera”. Ovvero ben poca importanza hanno, per chi crede seriamente nel compito fondamentale della politica di impostare regole e principi della vita collettiva capaci di offrire benessere economico ed inclusione sociale, le storie singole, per quanto interessanti o edificanti possano essere. Quello che conta sono piuttosto le prospettive che abbracciano l’intera comunità.

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