Editoriale
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La prova del 6

L’esito delle elezioni di medio termine che si tengono negli Usa sarà importante. Verranno eletti 36 governatori sui 50 totali e saranno rinnovati i due rami del Congresso. Sarà nel complesso, come sempre avviene e come è nello spirito stesso del sistema statunitense, un referendum sul mandato del presidente in carica.

di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

L’esito delle elezioni di medio termine che si tengono negli Usa sarà importante. Verranno eletti 36 governatori sui 50 totali e saranno rinnovati i due rami del Congresso. Sarà nel complesso, come sempre avviene e come è nello spirito stesso del sistema statunitense, un referendum sul mandato del presidente in carica. Oltre a ciò l’appuntamento è interessante anche per altre ragioni. Ad esempio avremo modo di verificare l’attendibilità dei sondaggi che danno in ripresa il Partito Democratico, favorito in base alle previsioni degli istituti di ricerca. Il peso dei sondaggisti nelle disfide elettorali, su entrambe le sponde dell’Atlantico, non è una questione di lana caprina. Se i primi sondaggi risalgono al dopoguerra, il ruolo degli enti che saggiano gli umori dell’elettorato è diventato progressivamente più incisivo con il passare del tempo. Negli Usa tale ruolo è stato sempre considerevole a causa del sistema bipolare, più semplice data l’alternanza tra due soli schieramenti, che permette di ipotizzare prima ancora di scrutinare le urne e con una certa dose di sicurezza, proprio tramite i sondaggi, già chi sarà eletto ad una carica pubblica. In Italia, invece, i sondaggi hanno assunto maggiore importanza solo a partire dagli anni ’90, grazie alla nascita della cosiddetta Seconda Repubblica e quindi del bipolarismo in salsa italiana. Prima, con il predominio assoluto della Dc e dei suoi alleati e la marginalizzazione delle opposizioni di sinistra e di destra, avevano infatti minore appeal. Oggi, in epoca di sovranismo, le cose si sono ulteriormente complicate. Esiste un nuovo fronte, diverso rispetto ai vecchi schieramenti liberali, sia progressisti che conservatori, impersonato da Trump in America, da altri nel resto del mondo, osteggiato da tutto il mainstream politico ed economico di cui anche molti istituti che svolgono sondaggi fanno in qualche modo parte. Stranamente, da quando esiste questo fronte, i sondaggisti non ne azzeccano più una. I sovranisti risultano puntualmente sottostimati prima delle elezioni, siano esse americane, italiane, tedesche o quant’altro. Nonostante tecniche complesse e rodate di indagine, l’errore è ormai pressoché certo e quasi sempre riguardante una specifica area politica. Forse gli elettori sovranisti dissimulano meglio le proprie preferenze o forse gli indecisi si lasciano convincere solo nelle ultime ore prima dell’appuntamento elettorale. I più “maligni” arrivano a sospettare che, data la portata dirompente della proposta sovranista, alcuni istituti tendano a sottostimarla volontariamente per dissuadere i cittadini più incerti e tentare di riportarli all’ovile. A breve, con i risultati delle elezioni di midterm negli Usa, sapremo se, almeno stavolta, nel prevedere un avanzamento dei democratici, i sondaggisti americani avranno indovinato.

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