Editoriale
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Dei consigli della Fornero noi facciamo anche a meno

Da Tito Boeri a Elsa Fornero, passando per altri eminenti professori, le cui ricette si sono rivelate o sbagliate o ideologiche, il profluvio di moniti e consigli rivolte alle riforme in via di realizzazione del Governo del Cambiamento è incessante.

di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Da Tito Boeri a Elsa Fornero, passando per altri eminenti professori, le cui ricette si sono rivelate o sbagliate o ideologiche, il profluvio di moniti e consigli rivolte alle riforme in via di realizzazione del Governo del Cambiamento è incessante.
Oggi il Foglio pubblica una lunga dissertazione – titolo «Il lavoro non si crea per decreto» – a firma della Professoressa tristemente nota non tanto per le proprie lacrime quanto per quelle che ha fatto versare alle italiane e agli italiani, quando con la sua famigerata riforma da un giorno all’altro stravolse i loro piani di vita. Sostiene l’esperta in materia previdenziale che «nulla è più adatto del mercato del lavoro a far comprender la complessità in economia – e pertanto la pericolosa faciloneria della pretesa, molto diffusa nelle fila della maggioranza di governo – di conoscere a tavolino la soluzione di ogni problema economico», aggiungendo che «le regole hanno scarsa efficacia se non cambiano, in modi virtuosi, i comportamenti di lavoratori, imprese e anche istituzioni», come i centri per l’impiego e gli apparati burocratici.
Ci vuole indubbiamente un gran coraggio ad affermare, da parte sua, che «il lavoro non si crea per decreto», nonché anche una sottile disonestà intellettuale. Il decreto che ha inteso “smontare” con il suo articolo, così come a suo tempo “smontò” l’articolo 18, è ovviamente il decreto dignità, il quale, per sua stessa definizione, non ha come prioritario obiettivo quello di creare lavoro, bensì restituire, appunto, «dignità» ai lavoratori, al lavoro e quindi all’Italia intera, dopo  che le riforme realizzate da lei stessa, pervicacemente proseguite e ampliate dagli esecutivi successivi, hanno cancellato diritti e tutele. Sì, è solo un primo passo che dovrà certamente superare, come qualsiasi altra riforma, la prova dei fatti, ma intanto è una prima risposta o, meglio, un primo argine al diluvio di precarietà che dal governo Monti a quello Gentiloni, passando per il Jobs Act di Matteo Renzi, si è riversato nel mercato del lavoro italiano, ormai totalmente deteriorato come sostiene adesso persino l’Ocse. Prima ancora lo aveva fatto, inascoltato, il sindacato. Ancora più offensivo è sostenere che sia necessario un cambiamento in senso virtuoso del comportamento dei lavoratori – e ci scusiamo se in questa sede difendiamo solo loro, ma d’altronde siamo sindacalisti – come se la dignità del lavoro o, peggio, le occasioni di lavoro in Italia dipendessero solamente dai comportamenti di ognuno di noi. “Guarda caso”, anche il ministro Poletti ne era assolutamente convinto. Certamente, come ben dovrebbe sapere Fornero essendosene a suo tempo (dis)occupata, il lavoro in Italia non si crea grazie ai centri per l’impiego, ai quali il ministro Luigi Di Maio dovrà mettere seriamente mano per far funzionare le sue riforme, non ultima il reddito di cittadinanza.
Con questo non si vuole sostenere che chi ha vinto le elezioni ha sempre ragione, ma solo che chi ha perso la scommessa di far crescere l’Italia dovrebbe evitare di dare inopportune quanto non richieste lezioni.

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Ufficiostampa