Editoriale
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Un futuro per l’Ilva

La difficile vertenza Tim si è conclusa con il raggiungimento di un accordo capace di evitare la cassa integrazione a 29mila lavoratori. Ora è giunto il momento di risolvere finalmente anche la fondamentale questione Ilva.

di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

La difficile vertenza Tim si è conclusa con il raggiungimento di un accordo capace di evitare la cassa integrazione a 29mila lavoratori. Ora è giunto il momento di risolvere finalmente anche la fondamentale questione Ilva. Se non sarà trovato un accordo soddisfacente tra le parti, infatti, il prossimo 30 giugno l’azienda Arcelor-Mittal potrà procedere all’attuazione del suo piano di ristrutturazione aziendale anche in modo unilaterale. Il governo e in particolare il neo Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico Di Maio ha affermato di voler incontrare le parti prima di prendere una decisione e sembrerebbe intenzionato a procedere ad una proroga di tre mesi del commissariamento, estendendolo fino a settembre, per dare ad azienda e sindacati più tempo per di trovare un accordo. La speranza è da un lato che venga arginata la proposta attuale di Arcelor-Mittal, che non offre adeguate garanzie dal punto di vista occupazionale ed ambientale, e dall’altro che venga abbandonato il progetto dei 5 Stelle di procedere ad una chiusura dell’Ilva. Nessuna delle due soluzioni è, infatti, accettabile. Il piano dell’azienda, ivi compreso quello concordato con l’ex ministro Calenda e presentato lo scorso 10 maggio, è insoddisfacente in quanto non offre adeguate garanzie sulla sorte dei lavoratori, sia dei 4mila che di fatto sarebbero immediatamente espulsi dall’Ilva che dei 10mila che resterebbero alle dirette dipendenze dell’azienda, ma con incerte prospettive sulle condizioni di lavoro presenti e future. Il numero complessivo dei dipendenti dovrebbe infatti scendere, in base al piano aziendale, a 8.500 posti una volta terminati i lavori di ambientalizzazione ed anche questi ultimi “fortunati” superstiti non godrebbero di un trattamento economico e contrattuale pari a quello attuale. Allo stesso modo trasformare la più grande acciaieria d’Europa in un polo universitario, come ipotizzato dai 5 Stelle, comporterebbe moltissimi rischi in quanto avrebbe come conseguenze il pagamento di una maxi penale ad Arcelor-Mittal, la rinuncia ad un’azienda che vale un punto di Pil all’anno, un colpo mortale alla siderurgia italiana e quindi maggiore dipendenza dalle importazioni, la perdita per il Sud di una delle principali fonti di occupazione ed infine la creazione di una struttura potenzialmente pericolosa in assenza di bonifiche adeguate. L’unica soluzione resta quella di mettere in atto di un piano industriale finalizzato al rilancio dell’azienda siderurgica che tuteli pienamente ed integralmente i livelli occupazionali, diretti e dell’indotto, e che attivi al più presto adeguati e rapidi processi di bonifica ambientale. Ora non resta che comprendere quale sarà la scelta di fondo del nuovo esecutivo e cercare una sintesi fra le esigenze ambientali e quelle economiche, innanzitutto salvaguardando i lavoratori.

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