Editoriale
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L’esercizio del Def e le priorità del governo che verrà

Il Documento di economia e finanza per l’anno in corso presenta, rispetto al passato, una caratteristica non da poco: il fotografo che ha scattato la fotografia dello stato del Paese non è poi colui che nei prossimi mesi dovrà agire affinché il paesaggio rappresentato recuperi almeno un poco di colore di quel tanto perso in questi anni di drammatica crisi.

di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Il Documento di economia e finanza per l’anno in corso presenta, rispetto al passato, una caratteristica non da poco: il fotografo che ha scattato la fotografia dello stato del Paese non è poi colui che nei prossimi mesi dovrà agire affinché il paesaggio rappresentato recuperi almeno un poco di colore di quel tanto perso in questi anni di drammatica crisi. Sui numeri non si discute. Il Prodotto interno lordo ha ripreso a crescere, ma appena dell’1,5%, quasi per inerzia trainato più dagli effetti esterni che da un recupero del potere d’acquisto interno. In Europa si continua a crescere di più (la Germania ha aggiunto al suo già alto Pil altri 750 miliardi di euro), per cui la distanza fra noi e i nostri partner tende a dilatarsi piuttosto che a ridursi. Il peso del debito pubblico cresce ovunque, anche nella disastrata Grecia sottoposta alle draconiane misure di austerità. Per noi, però, diventa un problema perché nello stesso tempo non è ripartito come avrebbe dovuto il prodotto interno lordo, cosa che è invece accaduta in Germania, ma pure, ad esempio, in Polonia. Fino al 2015, il debito pubblico italiano e tedesco viaggiavano praticamente in parallelo. È negli ultimi due anni che si aperto un solco di quasi dieci punti percentuali. L’occupazione in Italia è tornata in linea con quella del periodo precedente la crisi; peccato, però, che è mutato radicalmente lo stock, con la componente a tempo determinato che cresce a scapito del lavoro fisso, ormai relegato ai margini. La solita Germania, intanto, ha fatto segnare il record storico, avvicinandosi a passi spediti verso i quaranta milioni di lavoratori. I disoccupati continuano, di fatto, ad essere il doppio di dieci anni fa, mentre abbiamo la poco invidiabile doppia leadership, fra le persone a rischio povertà, che sono oltre diciotto milioni, e fra quelle in condizione di grave deprivazione, pari ad oltre 5,5 milioni. La speranza è che noi prossimi giorni il Paese abbia un governo, che rappresenti il mutamento avvenuto con le elezioni del 4 marzo, con il quale affrontare la sfida del cambiamento sociale ed economico. Serve riportare al centro il lavoro, puntando su misure concrete di rilancio delle attività produttive; rivedere le pensioni, ridando una flessibilità in uscita; sostenere la sanità, riducendo le liste di attesa; ridisegnare politiche fiscali più eque; accompagnare lo sviluppo del territorio; garantire veramente i giovani, perché il fenomeno dei Neet, cresciuto in maniera esponenziale nel Centro-Nord in concomitanza con la crisi economica, è strutturale in tutto il Mezzogiorno, sempre numeri alla mano. Il tutto partendo dal presupposto che le decisioni prese a Bruxelles devono essere condivise e non imposte. L’Europa nasce per i popoli, anche se qualcuno sembra averlo dimenticato negli anni.

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