Editoriale
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Dal rapporto Bankitalia una bocciatura alle politiche degli ultimi governi

Risanamento, avanzo primario, debito pubblico, spread di rendimento tra titoli italiani e tedeschi, unione bancaria, Def, il documento sul quale si fonda il bilancio dello Stato che va consegnato entro la fine del mese: di tutto questo si discute e si scrive tanto in questi giorni di incertezza, in cui la priorità è adesso trovare uno spiraglio per formare il nuovo governo.

di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Risanamento, avanzo primario, debito pubblico, spread di rendimento tra titoli italiani e tedeschi, unione bancaria, Def, il documento sul quale si fonda il bilancio dello Stato che va consegnato entro la fine del mese: di tutto questo si discute e si scrive tanto in questi giorni di incertezza, in cui la priorità è adesso trovare uno spiraglio per formare il nuovo governo.
L’Europa si informa tramite Padoan – un ministro uscente – e si chiede cosa succederà adesso in Italia. Forse sarebbe meglio chiedersi cosa sia già accaduto per comprendere davvero gli umori dei lavoratori e delle famiglie, possibilmente individuando ciò che non dovrà mai più ripetersi domani.
L’incertezza di oggi, il quadro politico dell’Italia totalmente stravolto dall’esito del voto, sono prima di tutto dei fatti tangibili e non delle opinioni che vanno letti alla luce – l’ennesima conferma – del rapporto presentato ieri da Bankitalia sulla situazione delle famiglie. Un quadro a dir poco allarmante e allo stesso tempo illuminante.
Renzi, Gentiloni, i loro ministri e il Pd avranno tutto il diritto di proclamare il loro orgoglio per il lavoro svolto dai loro governi e per i risultati ottenuti, ma tra questi ultimi, oltre ad una ancora flebile crescita e a un ritmo non irrilevante e positivo della produzione industriale, ci sono da considerare nel 2016 l’aumento della rischio di povertà per una persona su quattro, con una crescita notevole dello stesso rischio nel Nord, passato dall’8,3% al 15%, e un tasso di disoccupazione diminuito, sì, dall’11,7 all’11,2%, ma fortemente diversificato tra le aree territoriali del nostro Paese, tra le quali a pagare il prezzo più alto è sempre il Mezzogiorno, con un tasso di disoccupazione pari al 19,4%, quasi tre volte quello del Nord (6,9%) e circa il doppio di quello del Centro (10%). Allo stesso tempo l’aumento dell’occupazione, laddove si è manifestato, è caratterizzato dal ricorso al contratto a tempo determinato e al boom, così definito, di lavoro in somministrazione. Dunque nulla di stabile e di qualitativamente rilevante. Come sosteniamo da tempo, il mercato del lavoro italiano, riforma dopo riforma, si è ormai irreversibilmente deteriorato.
Alla luce di tutto ciò viene da sé che nel 2016 l’incidenza della povertà, pari a circa 830 euro mensili, abbia interessato perlopiù famiglie giovani, del Mezzogiorno o dei nati all’estero, pari al 23% (rispetto al 19,6% del 2006), livello basso mai raggiunto dalla fine del 1989, anno di inizio delle serie storiche dello studio.
Nel 2016 avevamo ancora Renzi al Governo e oggi abbiamo un suo diretto erede, Gentiloni, e se qualcuno pensa che la loro politica e le loro riforme debbano essere riconfermate per non mandare in fumo i risultati ottenuti fino ad oggi, vuol dire che in Italia non si sono scontrate semplicemente destra e sinistra, presunto antieuropeismo e presunto europeismo, ma due diversi modi di intendere il termine  “crescita”.

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Ufficiostampa