Editoriale
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Povertà e rancore, frutto di ricette sbagliate

Sarebbe sicuramente più piacevole tirare le somme di fine anno con dati incoraggianti e capaci di infondere fiducia ma, dovendo fare i conti con i fatti, occorre trarre le necessarie conclusioni sulla base dei recenti risultati di indagini che non lasciano adito a dubbi

di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Sarebbe sicuramente più piacevole tirare le somme di fine anno con dati incoraggianti e capaci di infondere fiducia ma, dovendo fare i conti con i fatti, occorre trarre le necessarie conclusioni sulla base dei recenti risultati di indagini che non lasciano adito a dubbi: le ricette economiche e le politiche sociali e del lavoro attuate negli ultimi anni non hanno sortito effetti positivi. Tutt’altro. La situazione è in peggioramento. L’Istat ha, infatti, presentato oggi i dati sulle condizioni di vita e, fra le varie informazioni emerse, non può lasciare indifferenti quella sull’ulteriore aumento del numero di Italiani poveri. Sono sempre di più gli individui a rischio povertà e la percentuale di persone che vivono in famiglie gravemente deprivate o a bassa intensità lavorativa. Nel complesso un terzo dei residenti in Italia, è a «rischio povertà ed esclusione sociale» con un netto peggioramento rispetto all’anno precedente. Nell’ambito della stessa indagine l’Istat rileva che, nello stesso lasso di tempo, il reddito medio degli Italiani è cresciuto. L’unica possibile spiegazione consiste nel fatto che si è ulteriormente ampliata la forbice che separa le fasce sociali più abbienti da quelle più indigenti ed, infatti, l’Italia segna un indice di diseguaglianza sociale sopra la media europea, seguita solo da Portogallo, Grecia e Spagna. Infine il dato sul cuneo fiscale: il costo del lavoro in Italia è cresciuto costantemente nell’ultimo decennio. Un lavoratore oggi «costa» in media alle aziende 32 mila euro l’anno, ma di questa cifra solo il 54%, 17 mila euro, resta nelle tasche del lavoratore stesso, mentre il restante 46%, ossia 15 mila euro, finisce in tasse e contributi. Questi dati fanno il paio con quelli di pochi giorni fa e ne danno una chiara spiegazione. Il riferimento è al 51esimo rapporto del Censis che ha descritto un’Italia in ripresa economica ma rancorosa. Un rancore che, evidentemente, si fonda proprio sul fatto che nel Paese la povertà non si riesce a debellare ed anzi aumenta, a causa della disoccupazione, della precarietà e della sotto-occupazione – di cui il sempre più alto cuneo fiscale è una delle principali cause – mentre la crescita è appannaggio dei pochi ricchi. Insomma i frutti della ripresa non sono stati equamente distribuiti. Non solo, il Censis ha trattato anche il tema del blocco dell’ascensore sociale, ossia della possibilità di migliorare le proprie condizioni economiche grazie all’impegno ed alle proprie capacità. Anche qui c’è stato un peggioramento e le classi sociali sono sempre più impermeabili. Se si vuole, quindi, cambiare l’immagine scoraggiante e rancorosa del nostro Paese che emerge da queste ricerche, non c’è da perdere altro tempo ed invertire al più presto la rotta verso politiche economiche e sociali finalmente inclusive e meritocratiche.

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Ufficiostampa