Editoriale
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Soluzioni vere per il fenomeno «working poors»

Il problema dei lavoratori poveri nel nostro Paese esiste ed è drammaticamente in aumento, riguarda infatti due milioni e mezzo di Italiani tra precari, sotto-occupati o con applicazione irregolare dei contratti e lavoratori autonomi, questi ultimi circa un milione sui due e mezzo totali.

di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale dell’Ugl

Il presidente dell’Inps Tito Boeri ha, di nuovo, riproposto il suo cavallo di battaglia, ossia il salario minimo orario stabilito per legge, stavolta nell’ambito di un’audizione in Commissione Lavoro alla Camera sui «working poors», coloro che pur avendo un lavoro hanno un reddito non sufficiente a superare la soglia di povertà. Il problema dei lavoratori poveri nel nostro Paese esiste ed è drammaticamente in aumento, riguarda infatti due milioni e mezzo di Italiani tra precari, sotto-occupati o con applicazione irregolare dei contratti e lavoratori autonomi, questi ultimi circa un milione sui due e mezzo totali. I working poors italiani sarebbero ancor di più se si potessero conteggiare anche i lavoratori completamente «in nero». Ma per tutelarli la soluzione non è il salario minimo per legge, che invece, è solo l’ennesimo tentativo da parte del presidente dell’Inps di contrastare il ruolo e la funzione dei sindacati. Andiamo con ordine: in Italia un salario minimo stabilito per legge non esiste. Ciò non significa che il datore di lavoro abbia la possibilità di pagare un dipendente a sua discrezione perché esiste ed è tutelato dalla legge il cosiddetto «minimo sindacale» ossia il pagamento di base sotto il quale la retribuzione non può scendere, fissato per le varie categorie sulla base dei contratti collettivi nazionali, che si applicano a tutte le aziende ed a tutti i lavoratori ed hanno validità erga omnes, anche per chi, lavoratore o datore, non aderisca ad associazioni firmatarie dei contratti stessi, sulla base degli articoli 36 e 39 della Costituzione. Quindi il salario minimo c’è già, semplicemente è stabilito tramite la contrattazione fra le parti sociali. Il fatto che il salario minimo sia stabilito dalla legge o dai contratti non ha nessuna rilevanza ai fini di combattere il lavoro povero, che, invece, ha delle cause purtroppo ben note: il cuneo troppo alto ed un fisco che penalizza le attività produttive, specie di piccola dimensione, la stagnazione economica figlia di una visione a corto raggio sulle politiche industriali e di sviluppo, che persiste al di là delle ottimistiche dichiarazioni sulla ripresa, l’assenza di domanda di lavoro che spinge le persone ad accontentarsi di occupazioni inadeguate o irregolari, dal punto di vista contrattuale e retributivo, pur di lavorare. Attaccare i contratti collettivi significa, in realtà, voler ridimensionare il sindacato. Per questo la battaglia sul salario minimo preoccupa, non per «ipocrisia» come accusa Boeri, ma perché più che una misura volta a migliorare le condizioni di vita dei lavoratori, sembra invece un cavallo di troia per un nuovo assalto contro il sistema italiano di protezione dei diritti del lavoro, finalizzato a livellare verso il basso i salari ed a mettere all’angolo i rappresentanti dei lavoratori stessi.

 

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