Editoriale
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La piaga del lavoro minorile

Lo sfruttamento del lavoro minorile resta una realtà tangibile della nostra epoca, le cui responsabilità vanno imputate sia ai Paesi in via di sviluppo sia a quelli più avanzati.È di questo che si occupa la Conferenza dell’Ilo, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, che si apre oggi a Buenos Aires.

di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Se ne parla troppo poco, come fosse un residuato della prima rivoluzione industriale dell’Inghilterra vittoriana. D’altronde oggi siamo nella 4°, l’era dei robot che sostituiscono l’uomo nel processo produttivo. Lo sfruttamento del lavoro minorile resta, però, una realtà tangibile della nostra epoca, le cui responsabilità vanno imputate sia ai Paesi in via di sviluppo sia a quelli più avanzati.È di questo che si occupa la Conferenza dell’Ilo, l’Organizzazione  Internazionale del Lavoro, che si apre oggi a Buenos Aires, organizzata dal Governo argentino, a cui l’Ugl partecipa con un’ampia delegazione insieme alle Organizzazioni sindacali di tutto il mondo.Tra il 2000 e il 2012 sono stati compiuti progressi significativi a livello mondiale nella lotta contro il lavoro minorile, ma l’obiettivo di eliminare le sue peggiori forme (come ad esempio i bambini soldato) entro il 2016 non è stato raggiunto.Le ultime stime attestano che nel mondo la presenza di minorenni nel processo di produzione sia pari a 218 milioni d’individui. Fra questi, 152 milioni sono di età compresa tra i 5 e i 17 anni; quasi un bambino su dieci in tutto il mondo. Dei 152 milioni di bambini e ragazzi coinvolti nel lavoro minorile, 64 sono femmine (il 42%) e 88 maschi (il 58%). Il maggior numero di minori vittime dello sfruttamento si trova in Africa (47,4%), Asia e Pacifico (40,8%). Ma anche le Americhe (7%), l’Europa e l’Asia Centrale (3,6%) non sono immuni da questa piaga.
Circa un terzo dei bambini e ragazzi tra i 5 e i 14 anni che “lavorano” si trovano al di fuori del sistema educativo. Secondo l’Ilo, il 38% di essi è coinvolto in attività pericolose (73 milioni di minori) e quasi due terzi lavorano più di 43 ore alla settimana.
In Italia il lavoro minorile è vietato per legge. Dai quindici anni in poi è possibile lavorare nell’ambito della formazione professionale e del contratto di apprendistato. Ciò non vuol dire, però, che il nostro Paese non presenti criticità: i dati parlano di 340 mila minori costretti a lavorare. E non si tratta di adolescenti, ma di bambini. Save The Children ha certificato la presenza di 28 mila minori impegnati in attività pericolose. I minori di 16 anni che lavorano sono circa 260.000, il 5,2% della popolazione della corrispondente fascia d’età.
La concentrazione di esperienze di lavoro in età preadolescenziale può essere messa in relazione con il fenomeno dell’abbandono scolastico, che in Italia ha un picco negativo rispetto agli altri Paesi Ue.
Ecco a cosa portano l’inefficienza e la scarsa presenza dello Stato insieme a una quasi totale mancanza di prospettive, in termini qualitativi, nel mondo del lavoro degli adulti.
Un fatto che stride ancora di più con le innovazioni dirompenti di Industria 4.0 che rischia di rendere obsoleti lavoratori adulti e magari anche laureati e di generare un esercito di sfruttati, dai minorenni agli adulti.

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Ufficiostampa