Europa
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Il futuro delle relazioni internazionali

Si potrebbe essere tentati di esaminare le relazioni internazionali in base ai comportamenti egocentrici di Macron, che colpito nel suo ego (gradimento politico in caduta libera, non succedeva da Chirac) improvvisa strategie di politica internazionale con dichiarazioni ad effetto, foto ritoccate per sembrare più alto quando stringe la mano a Fayed al-Serraj.

di Barbara Faccenda

Si potrebbe essere tentati di esaminare le relazioni internazionali in base ai comportamenti egocentrici di Macron, che colpito nel suo ego (gradimento politico in caduta libera, non succedeva da Chirac) improvvisa strategie di politica internazionale con dichiarazioni ad effetto, foto ritoccate per sembrare più alto quando stringe la mano a Fayed al-Serraj. La diplomazia tit-for-tat che è quella in cui si sta impegnando in questi giorni Macron con proclami e poi smentite, ci dà un’indicazione importante. Si sta verificando un atomizzazione del potere: da livello globale e regionale a quello nazionale e locale.
Abbiamo bisogno di semplificare la complessità delle grandi sfide del mondo, per comprenderle, ma anche per renderle più gestibili. I prismi che ci aiutano in questo sono rappresentati dai modelli esplicativi sul futuro delle relazioni internazionali. Vi propongo tre modelli sviluppati negli ultimi 25 anni.
La prima di queste costruzioni intellettuali fu elaborata da Francis Fukuyama appena dopo la fine della Guerra Fredda e vedeva il risultato di tale guerra come un inevitabilmente trionfo della democrazia liberale sugli ordini illiberali.
Il secondo fu espresso da Samuel Huntington. Il suo “scontro di civiltà” presentava un mondo dominato da blocchi di civiltà in cui il conflitto era probabile, particolarmente tra l’Occidente e l’Islam, e molto possibile tra l’Occidente e la civiltà a guida cinese. L’ultimo modello, conosciuto comunemente come “crescita del resto” dal titolo di un famoso libro di Fareed Zakaria, prende atto della rapida crescita di economie emergenti come risultato della liberalizzazione del commercio e il conseguente spostamento del potere economico e dell’ influenza. Proiettava questo cambiamento nel futuro dove l’occidente non era più la potenza dominante che plasmava gli affari globali.
Dopo molti anni, la tesi di Fukuyama, sebbene spesso derisa, sembrava che venisse corroborata dai fatti. Le democrazie liberali si erano diffuse moltissimo nel periodo immediatamente successivo alla Guerra Fredda, di più nei paesi dell’ex blocco sovietico dell’Europa centrale e dell’est, ma anche in America Latina, Asia e più tardi in Africa. Questa agenda di promozione della democrazia spesso andava mano nella mano con la promozione dei liberi mercati e del commercio internazionale liberalizzato.
Gli attacchi dell’11 settembre 2001sembravano dare la prima indicazione che il mondo sarebbe stato più nel modello di Huntington. Allarmisti di frange politiche di paesi occidentali parlarono anche di una minaccia esistenziale posta dall’Islam, indicando i cambiamenti demografici in molti paesi europei, a causa dell’immigrazione e della fertilità, come un avvertimento di una “grande sostituzione”.
All’inizio della metà dell’ultima decade, la crescente richiesta della Cina per merci tirò fuori dalla contrazione, seguita alla crisi globale finanziaria,le economie meno sviluppate dell’America Latina e dell’Africa e “la crescita del resto” sembrava il modello che probabilmente aveva il più grande impatto sull’attuale distribuzione del potere globale rispetto alle altre due elaborazioni.
Sebbene non ci sia un metodo di misura prestabilita per valutare i regimi democratici, si concorda ampiamente sul fatto che la diffusione della democrazia liberale ha avuto il suo apice nel 2006. La promessa di mercati liberi e un commercio liberalizzato ha deluso molto. Invece il capitalismo di Stato è fiorito in paesi con un’ampia gamma di regimi repressivi ed anti-democratici, dalla Cina al Vietnam alla Russia. In altri paesi come la Turchia, Singapore, i mercati liberi sono co-esistiti con tendenze anti-democratiche. Più recentemente, il commercio liberalizzato ha innescato la reazione percui all’interno delle democrazie occidentali si siano delineate politiche basate sull’identità nazionalista e “natia”.Questa conseguenza si sovrappone disordinatamente con il modello di conflitto di civiltà tra l’occidente e l’Islam, nella forma di piattaforme anti-islam abbracciate da vari movimenti nazionali di cui si compone questa tendenza. Forse più schiacciante delle tesi di Huntington è il chiaro fallimento della materializzazione di un blocco di “civiltà islamica”.In contrasto a paure isteriche di un Islam monolitico in Europa e negli Stati Uniti, il cosiddetto mondo musulmano è in realtà pieno zeppo di divisioni, tra gli islamisti e i monarchi, sunniti e sciiti, moderati e fondamentalisti, per dirne alcune. La guerra civile siriana e il più recente conflitto tra il Consiglio di Cooperazione del Golfo a guida saudita e uno deimembri del Consiglio, il Qatar. sono ulteriori esempi.
Infine, mentre gli spostamenti economici risultati da regimi di commercio globale liberalizzato hanno chiaramente anche ridistribuito l’influenza politica nel sistema internazionale, particolarmente con riguardo alla Cina e al ruolo delle economie emergenti nei forum globali, l’affermazione più ampia della “crescita del resto” che doveva dare vita ad un mondo piatto sembraessere improbabile. La fine del ciclo di boom delle merci e specialmente la drammatica caduta dei prezzi del petrolio ha rivelato la persistente fragilità di molti paesi che si riteneva potessero prendere il timone della politica globale. Il Brasile è forse l’esempio più evidente, ma vengono alla mente anche il Venezuela, la Turchia e l’India.
Chiaramente stiamo facendo esperienza di una crisi del liberalismo. Siamo testimoni di un ritorno dei tradizionali indicatori dell’identità. La richiesta di più influenza tra le economie emergenti non è necessariamente arretrata. Allo stesso tempo il ritorno della rivalità geopolitica tra Stati e grandi potenze rende le visioni di un ordine liberale basato sul governo di consultazione e consenso in un certo senso naïve.
L’indicazione che forniscono tutti e tre questi modelli è che il futuro apparterrà a grandi aggregazioni di potere, che sia un liberalismo monolitico, blocchi di civiltà o consenso globale. Ribaltare questa tendenza richiederà trovare vie per definire l’identità così che possa essere condivisa nuovamente piuttosto che universalmente contestata.

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Ufficiostampa